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A completamento della Prima Parte dell’articolo, nel quale si è trattato il possibile significato ermetico ed alchemico dell’Unicorno, viene qui illustrato lo sviluppo storico e simbolico del mito dell’Unicorno dai Sumeri al XVI secolo con una galleria di immagini, attraverso le quali sono esposti i numerosi e differenti aspetti di esso.

Il mito dell’Unicorno da argomento naturalistico dei Bestiari, descritto per la prima volta da Ctesia nel IV sec. a. C. sulla base di conoscenze che forse si rifacevano a tempi molto più antichi risalenti al mondo mesopotamico e indiano, si andò trasformando fin dall’inizio dell’èra volgare con l’interpretazione allegorico-morale del Physiologus e degli autori cristiani, i quali applicarono gli aspetti positivi e negativi di esso all’interpretazione dei Salmi, fino a vedere nella fabula della Dama e dell’Unicorno una figura del Cristo e di sua Madre. Nel Medioevo le rappresentazioni dell’Unicorno nei codici miniati e poi nei dipinti e nelle opere d’arte divennero sempre più frequenti, fino a costituire un simbolo che trovò la sua espressione anche con i grandi artisti del Rinascimento.

L’Unicorno è il soggetto di miti e di descrizioni che si ritrovano nel mondo eurasiatico ma anche in Africa centrale, rappresentato sotto varie forme, tanto da renderne impossibile darne una descrizione in modo univoco: a volte questo nome indica un animale con il corno sul muso, evidente contaminazione con il rinoceronte, più di frequente con il corno sulla fronte, liscio oppure a spirale, con zampe fornite di zoccolo unico come il cavallo o fesso come i bovini e gli ovini o ancora munite di dita come un leone, ha la sua origine da un mammifero acquatico come il narvalo[1], il cui corno è uguale a quello di tante descrizioni dell’Unicorno, o è un quadrupede terrestre, un rinoceronte “modificato”, un equino, cavallo o asino, un’antilope o un orice), o un ovino. La sua coda è quella di un cavallo, di un bove o di un suino, come si legge in Solino[2] quando parla del monoceros.

L’Unicorno è anche descritto a seconda dei miti di taglia differente: se per alcuni la sua grandezza è paragonabile a quella di un grande quadrupede, per altri, come viene raffigurato in molte immagini. è invece di piccole dimensioni, con barba caprina e zoccolo fesso, tutti caratteri morfologici che ne consentono la classificazione come un capride. Autori come Bernabò[3] e van der Geer[4] prendono in considerazione l’origine dell’immagine dell’Unicorno a partire dalla capra markhor (Capra falconeri) 1158 Fig 01FIG. 1, presente in Persia, India e Afghanistan, il cui nome iranico, significante “mangiatore di serpenti”, potrebbe essere collegato alla capacità attribuita al corno dell’Unicorno di preservare dall’azione dei veleni[5]. La descrizione e la raffigurazione più frequente del corno dell’Unicorno in forma a spirale ben si addice a quelle del markhor o di un ovino consimile e non al corno liscio di un rinoceronte o di altri animali appartenenti alla famiglia dei Bovidi, il cui progenitore (Eotragus sansaniensis) era già fornito di corna lisce e diritte FIG. 2.1158 Fig 02

La possibilità della reale esistenza di un animale unicorne per alterazione genetica potrebbe essere confermata (qualora non si tratti di fake news) da due avvistamenti avvenuti in Italia nel 2008 nei boschi presso Prato e nell’agosto del 2017 sui Monti Sibillini[6] di un capriolo nato con un solo corno FIG. 3, il che dimostrerebbe la possibilità in natura di tale anomalia; all’inizio del XX sec. sono stati “costruiti” presso l’Università del Maine[7] bovidi unicorni mediante alterazioni genetiche.

Un argomento così complesso richiede un excursus sulle differenti tipologie dell’Unicorno[8], estendendo la ricerca dai Sumeri e dai popoli della Valle dell’Indo del III e II millennio a. C. fino alle descrizioni degli autori cristiani ed islamici dei primi secoli dell’èra volgare e alle raffigurazioni nei codici miniati e nei dipinti dal Medioevo al Rinascimento.

  • I Sumeri e la Valle dell’Indo

 

1158 Fig 031158 Fig 041158 Fig 05

Le prime immagini di un unicorno sono state ritrovate sia nella civiltà dell’Indo, fiorita tra il III e il II millennio a. C. Fig. 4 -5 – 6, che nella civiltà sumero-babilonese, come nella Porta di Ishtar a Babilonia, costruita da Nabucodonosor nel VI sec. a. C. Fig. 7, ma le immagini potrebbero essere in realtà quelle di un animale visto di profilo, come nel Papiro satirico dell’Egitto del Nuovo Regno, dove l’animale con un solo corno è un orice Fig. 8. Si potrebbe in tal caso identificarlo con il bovide arcaico vissuto fino al XVIII secolo nell’Europa orientale e conosciuto col nome di uro o auroch (Bos taurus primigenius), anche se sono note terrecotte provenienti dalle stesse zone raffiguranti chiaramente animali con un solo corno[9].

1158 Fig 061158 Fig 071158 Fig 08

  • Estremo Oriente: il K’ilin cinese

L’unicorno è conosciuto in Cina FIG. 9 con il nome di k’ilin o qilin, la cui prima citazione si legge nel Zuo zhuan[10] (“I commentari di Zuo”), testo scritto tra l’VIII e il V sec. a. C., e in Giappone come kirin. Secondo Cardini[11]l’unicorno sembra esser nato fra Cina e India: in queste aree, quanto meno, si radicano le prime testimonianze di esso o di qualcosa che gli somiglia; mentre in Occidente esso è soltanto un emigrante, qualcosa d’importato… il ‘K’i-lin’, nome che sembra riassumere il principio maschile e quello femminile e che è raffigurato come un grande cervo con coda di bue e zoccoli di cavallo, armato di un solo corno, dai peli dorsali di cinque colori e da quelli del ventre gialli o bruni; non calpesta erba viva né uccide animali viventi; compare quando appaiono sovrani perfetti, e la sua comparsa è di cattivo auspicio se viene ferito”.

1158 Fig 09

La descrizione cinese, molto diversa da quella euroasiatica, fa riferimento ad un animale composito di grandezza paragonata a quella di un cervo, corpo di drago ricoperto di scaglie, testa di cavallo, coda di bue, zoccoli equini, di carattere benevolo verso il mondo vegetale e animale, con significato di presagio favorevole, la cui morte è fonte di disgrazie.

Una curiosità: l’agenzia ufficiale della Corea del Nord Korean Central News Agency nel 2012 ha riportato la notizia secondo cui gli archeologi avrebbero ritrovato presso il tempio Yongmyong la tana (o la stalla per maggior precisione) in cui il re Tongmyong, regnante sulla Corea e su parte della Cina meridionale circa nel 680 d. C., avrebbe tenuto l’Unicorno che aveva come cavalcatura, secondo testi coreani del secolo XVI[12].

  • India: l’asino “a Tre Zampe”

Nella religione zoroastriana[13] in Yasna 42, 4 un animale con un solo corno è descritto con il nome di “asino giusto”, designato con il termine avestico xara- che specificatamente non si traduce semplicemente “asino” bensì “asino unicorne”; questo animale favoloso è chiamato anche in un lungo brano del Bundahišn avestico “asino a tre zampe” (in cui è descritto però un animale multicornuto e non semplicemente unicorne) e in due brevi passi del Dādestān i Mēnōg i Xrad (Detti dello Spirito della Sapienza). Nel Bundahišn si trovano due elementi che diventeranno parte integrante nel mito dell’Unicorno: la connessione dell’Unicorno con l’acqua (in questo caso l’Oceano primordiale) e la prerogativa di questo “asino unicorne” di purificare le acqua con il suo corno aureo.

1158 Fig 10Più attinente all’aspetto euroasiatico dell’Unicorno è il mito del “monaco unicorne” trattato in testi postvedici, argomento trattato nella Parte Prima di questo articolo.

Nel Buddhismo si trova traccia di questo animale in due racconti noti come jataka: di uno, il racconto noto come Isisinga (o Nalininga) jataka, si è detto nella Prima Parte, l’altro è la storia di un uomo inseguito dall’Unicorno (che verrà ripresa in àmbito cristiano nel Romanzo di Barlaam e Joasaf[14] nel terzo apologo FIG. 10, “Il Viandante e l’Unicorno”), dove si descrive la vicenda di un uomo inseguito da un unicorno, che nella versione cristiana è figura del male e del demonio, il quale, cadendo in un precipizio, si aggrappa ad un cespuglio ma si trova assediato da un drago e da serpenti mentre due topi vanno rodendo l’arbusto a cui si è aggrappato: il viandante, invece di temere per la morte imminente, gusta il miele che stilla dall’arbusto.

  • Persia achemenide

Nell’Impero achemenide la figura di animali con un solo corno nella statuaria come nei bassorilievi è frequente ma, come si è detto in precedenza, è difficile dire se l’animale in questione abbia un solo corno o sia così raffigurato in quanto visto di profilo dall’artista; questo si può vedere in un sigillo del V sec. a. C. appartenuto a Dario I che sembra mostrare un quadrupede unicorno FIG. 11.

  • Islam: il Karkadann e lo Hạrish

Nella Persia islamizzata l’Unicorno prende diversi nomi, di cui il più frequente nei bestiari in lingua araba è karkadann, significante “il signore del deserto”, termine adoperato per indicare sia il rinoceronte che l’Unicorno: nel XIII sec. il naturalista persiano Al-Qazwini descrive le meravigliose capacità del suo corno riprendendo quanto scritto da Ctesia e raffigurandolo in un codice manoscritto nella forma di un quadrupede con il mantello maculato, la coda simile a quella di un cavallo ma con gli zoccoli fessi FIG. 12.

1158 Fig 11 1158 Fig 12

L’Islam conosce oltre al karkadann altri animali con il corno unico, descritti e illustrati nel lavoro di Ettinghausen The unicorn[15]: tra di essi il più vicino alla descrizione “classica” dell’Unicorno è lo hạrish[16] (Ibn Bukhtlshu', contemporaneo di al-Tawhidi, identifica il karkadann e lo hạrish come lo stesso animale[17]), animale della dimensione di un agnello o di un capretto ma di grande forza e rapidità, le cui caratteristiche derivano dalla versione siriaca del Physiologus, da cui in particolare Abu Haiyan al-Tawhidi, morto dopo il 1010[18], trae la notizia della fanciulla vergine mediante cui si cattura il bellicoso animale, al cui seno lo hạrish cerca di allattarsi senza riuscire nell’intento essendo la fanciulla vergine. L’impossibilità di succhiare il latte viene corretta in un altro trattato, il Manāfi'-i hayavan[19], scritto prima del 1295, in cui alla vergine è sostituita una giovane prostituta la quale ha appena partorito, però il testo descrive un animale provvisto di doppio corno; la nptizia della prostituta in luogo della vergine potrebbe anche essere dovuta alla conoscenza da parte dell’autore dell’identificazione fatta nel cristianesimo della fanciulla con la Madre del cristo e quindi costituirebbe una denigrazione anticristiana in linea con i trattati ebraici del IV-VI sec. conosciuti come Sepher Toledot Yeshu (Libro della generazione di Gesù), derivanti da una tradizione orale che si fa risalire al I-II sec.

Nell’Islam, pur essendo conosciuto il mito della vergine che cattura l’Unicorno, è assente una valorizzazione allegorica, analoga a quella del cristianesimo in cui i soggetti sono interpretati come il Cristo e Maria, e l’argomento è solo trattato per motivi naturalistici.

  • Grecia: Ctesia, Aristotele e Megastene

Ctesia, medico e storico greco vissuto tra la seconda metà del V sec. a. C. e la prima metà del IV in Persia alla corte degli Achemenidi, nei suoi Indikà, di cui ci rimangono solo estratti tramandati da altri autori, parla di “asini selvatici” che si trovano “nel territorio degli Indiani… della dimensione di un cavallo e anche più grandi. Il loro corpo è bianco e la loro testa è porpora, e hanno gli occhi di colore blu scuro. Hanno sulla fronte un corno della lunghezza di un cubito e mezzo: la parte inferiore del corno, che si estende per due palmi sulla fronte, è molto bianca; la parte superiore è appuntita ed è color porpora e molto rossa. Quanto alla parte restante, nella sezione di mezzo, è nera… Il loro astragalo (è) il più bello fra quelli che ho visto ed è simile a quello dei buoi[20].

Ctesia riporta la virtù del suo corno di preservare dai veleni e dà alcuni particolari, tra i quali il fatto che esso inizia a correre lentamente per poi giungere ad una velocità superiore a quella dei cavalli. il che fa pensare che stia parlando piuttosto di un rinoceronte che di un asino, ma mentre il rinoceronte appartiene all’ordine dei Perissodattili con zoccolo indiviso, come asini e cavalli, Ctesia, almeno stando alla citazione di Fozio, dice del suo astragalo che è “simile a quello dei buoi”, e questi fanno parte degli Artiodattili, l’ordine a cui appartiene anche la capra[21]. Inoltre il testo riportato da Fozio descrive un animale che vive in gruppo con i suoi consimili, cosa che il rinoceronte non fa e che invece è tipico sia degli equini che degli ovini.

È stato fatto notare che il “corno” di cui parla Ctesia potrebbe essere in realtà un singolare generico al posto di un plurale[22], per cui l’animale da lui descritto potrebbe essere un animale della famiglia delle Antilopine o consimili: “Shepard, in particolare, ha pensato all’asino indiano di Ctesia come ad una agglutinazione di rinoceronte indiano, antilope tibetana (la Pantholops hodgsonii, detta anche ‘chiru’) e onagro (Equus hemionus onager)… Quanto all’onagro, gli si riconoscono i tratti equini che Ctesia avrebbe attribuito al suo asino indiano; soprattutto, l’onagro è – esattamente come l’asino indiano – difficilmente addomesticabile[23].

Mentre è molto probabile che Ctesia non abbia mai visto l’animale di cui parla ma si sia solo basato sulla descrizione di viaggiatori di buona fantasia, il fatto che abbia vissuto per un certo tempo in Persia alla corte del Grande Re di certo gli consentì di vedere personalmente le immagini del re’em scolpito o raffigurato nelle città persiane, il quale, come detto, è raffigurato di profilo e quindi in apparenza provvisto di un solo corno.

La descrizione di Ctesia dell’Unicorno-asino venne ripresa da Aristotele, il quale in un certo senso dovette creare una classe intermedia tra Artiodattili e Perissodattili considerato quanto scritto dal suo predecessore: “Vi sono però rari animali che hanno un solo corno e sono perissodattili come l’asino indiano… Unico fra i perissodattili l’asino indiano possiede anche un astragalo[24]. Accanto all’asino Aristotele descrisse per ragioni inspiegabili un secondo animale provvisto anche’esso di un solo corno, identificabile con l’orice, il quale entrò così a far parte della schiera degli animali monocorni. Secondo Ettinghausen[25] esso è da identificare con l’arabo āras, citato per la prima volta da Geber nel X sec.

Nel III sec. a. C. Megastene, vissuto anch’egli come Ctesia alla corte dei Re persiani, riporta le descrizione, giunta a noi nel II sec. d. C. nella citazione di Claudio Eliano, dell’Unicorno come un equino per taluni aspetti molto simile ad un rinoceronte (lo chiama kartazonos, termine da taluni considerato alterazione del persiano kargadann), con un corno nero, però ritorto e non liscio come quello del rinoceronte, e non tricolore come quello descritto da Ctesia, situato sulla fronte e che vive solitario, i cui giovani esemplari vengono catturati per essere portati come omaggio al Re, particolare che verrà ripreso nel Physiologus.

  • Roma: Cesare e Plinio il vecchio

A Roma il primo a parlare di un animale unicorne è Giulio Cesare, il quale nel De bello gallico descrive una sorta di bovide con corno unico che all’estremità si apre in ramificazioni, di cui nessun’altro naturalista dopo di lui dà notizia: ”C'è un bue, dalla forma di cervo, che in mezzo alla fronte, tra le orecchie, ha un corno unico, più alto e più dritto di quelli a noi noti: sulla sommità, il corno si divide in ampie diramazioni. Uguale è l'aspetto della femmina e del maschio, con corna di identica forma e grandezza[26].

Plinio nella Naturalis historia scrive di due animali distinti, un ”bue indiano con un solo corno o tre” e un “feroce unicorno”, che non sembra essere on ostante la descrizione il rinoceronte, che i Romani conoscevano e che era stato raffigurato fin dal I sec. a. C. nel mosaico nilotico di Palestrina con il corno sull’estremità del muso e non “al centro della sua fronte”, come lo descrive Plinio : “Vi sono in India buoi con un solo corno o con tre[27]… In India si trovano buoi con zoccolo indiviso e un singolo corno… e un feroce animale chiamato unicorno (monoceros), che ha la testa del cervo, i piedi dell’elefante e la coda del bove, mentre il resto del corpo è simile a quello del cavallo; emette un basso suono rumoroso e ha un singolo corno di colore nero che si erge dal centro della sua fronte lungo due cubiti. Questo animale si dice che non possa essere catturato vivo[28].

  • Congo: l’Abada

1158 Fig 13Una tardiva testimonianza dell’esistenza dell’Unicorno viene dal Congo, ove esso fu descritto, solo per sentito dire, dal padre cappuccino Girolamo Merolla da Sorrento, il quale nel 1682 nel suo viaggio missionario in Congo parla del “lioncorno” che i locali chiamano abada[29] FIG. 13, al tempo del suo viaggio non più rintracciabile ed esistente anche, a quanto il Merolla riferisce, nell’Africa orientale: “Queste boscaglie non escludono i Lioncorni, da loro chiamati Abada, le virtù de' quali da me non si narrano, per haverne tutti notitia. I Lioncorni di queste selve sono differenti da gli altri, che sogliono comunemente nominar gli Scrittori, mentre di quelli, se vogliamo adherire a ciò, che quivi ho udito, non più se ne trovano. Anzi essendomi incontrato con un P. Teatino Missionante di ritorno da Goa nell' Indie Orientali, mi disse, d'haver procurato d'haverne uno, e per qualunque diligenza da lui usata, già mai poté trovarlo; aggiungendo, d'haver udito anche egli da quei Orientali, versatissimi ne' Astrologia, massimamente i Chinesi, che secondo il computo fatto da loro, tutt' i veri Lioncorni morirono il giorno medesimo, in cui spirò CHRISTO N. S. forsi (io direi) per esser’ il nostro Redentore rassomigliato a sì casto animale: Et dilectus quemadmodum filius Unicornium. Psalm. 28.6. il tutto però si rimette alla verità, conforme anche disse lo stesso P., il di cui nome non mi sovviene. I Lioncorni dunque, o Abada di queste Regioni, arrivano alla grandezza d'un Bue, con un sol corno in fronte, concesso dalla natura per arma, solamente a maschi. Possiedono questi la stessa virtù de gli antichi, se si prendono giovanetti, e vergini. Gli altri più annosi tengono pure la virtù, ma più debole, per la congiuntione fra di loro, a cagion della prole”.

 

  • Ebraismo e Cristianesimo

Nel Vecchio Testamento il nome dell’Unicorno compare più volte, a partire dall’episodio di Balaam in Numeri XXIII, 22 e soprattutto, come si dirà più avanti, nei Salmi. L’Unicorno è citato anche in alcuni testi del Talmud babilonese, dove viene ripresa l’immagine dell’Asino a tre zampe della mitologia persiana[30].

Esso entra precocemente nella letteratura e nell’iconografia cristiana conservando la sua duplice valenza simbolica di animale pericoloso e diabolico FIG. 14 ma anche immagine del Cristo, caratteristica quest’ultima che si conserverà nel Medioevo e nel Rinascimento.

1158 Fig 14

Citato da numerosi autori, da Tertulliano e Giustino a S. Agostino, Isidoro di Siviglia e Onorio di Autun[31], l’Unicorno giunge al Cristianesimo per una erronea traduzione dell’ebraico re’em, indicante l’uro (Bos primigenius), in monokeros (unicorno), nella versione dei Settanta del Vecchio Testamento, dove il nome si trova sette volte tradotto in tal modo, forse per la conoscenza che si aveva a quel tempo dei testi di Ctesia e di Aristotele (mentre la versione latina di S. Girolamo porta correttamente rhinoceros[32]).

L’animale identificato nella traduzione dei Settanta come unicorno è animale temibile e diabolico come si legge in Ps. XXI, 22: “Salvami dalle fauci del leone e dai corni dell’unicorno”, ma esso ha anche un aspetto positivo, in quanto simbolo del fedele, come venne letto nel Ps. XCI, 11: “Ed hai innalzato il mio cuore come il corno dell’Unicorno FIG. 15, e soprattutto divenne figura del Cristo: “Il Signore fa balzare (i cedri) del Libano come un vitello e il diletto come il figlio dell’unicorno[33]” (Ps. XXIX, 6).

1158 Fig 15

Didimo il Cieco (318-398) nel suo commento ai Salmi, ritrovato nel 1941 nei papiri scoperti a Tura, parla dell’Unicorno descrivendolo più simile ad un rinoceronte che ad un equino: “Questo animale si dice abbia grandezza non inferiore a quella di un grosso vitello, è molto compatto, è grasso e ha un corno sopra le narici. È un animale fortissimo e quando si inferocisce il suo corno diventa durissimo così da essere più resistente dell’avorio, quando non è agitato è molle come carne. E talvolta se ha caldo riesce a spostare grossi massi per mettersi in un determinato posto perché è fresco… I cacciatori cercano di prendere il suo corno perché è prezioso. Dal momento che vogliono che sia duro non lo colpiscono all’improvviso, non viene cacciato, non viene preso con trappole o simili espedienti. Lo colpiscono con l’arco e quando si è infuriato lo uccidono con una freccia”.

L’Unicorno, prosegue Didimo, è simbolo del Cristo “se viene inteso in senso elogiativo. Sta ad indicare un regno che non si deve condividere con un fratello. Il regno del Salvatore non ha nessuna limitazione ma è assoluto, perché è il regno del Dio fatto uomo: per questo viene detto unicorno. Se viene inteso in senso negativo, viene inteso così per la sua ferocia, non per il corno[34].

1158 Fig 16Cosma Indicopleuste FIG. 16 nella Topographia cristiana[35], scritta tra il 535 e il 537[36], lo descrive più simile ad un capride che non ad un rinoceronte o un equino, considerando la capacità dell’animale di saltare sulle rocce di una montagna: “Quando l’unicorno è inseguito da molti cacciatore ed è sul punto di essere catturato si getta dalla cima di un precipizio e nel cadere gira su se stesso in modo da atterrare sul suo corno, che sostiene tutta la forza dell’urto, e fugge sano e salvo. E le Scritture così parlano di lui dicendo: ‘Salvami dalle fauci del leone e preserva la mia debolezza dal corno dell’unicorno’ [Ps. XXI, 22], e ancora: ‘Egli è amato come il figlio dell’unicorno’ [Ps. XXVIII, 6]. E nella benedizione di Balaam quando benedice Israele egli dice: ‘Dio lo trasse dall’Egitto come la Gloria dell’unicorno’ [Num. XXIII, 22][37], dando così una completa testimonianza della forza, dell’audacia e della gloria di questo animale”.

Anche nel testo gnostico di Nag Hammadi conosciuto come Parafrasi di Sēem[38] troviamo la citazione dell’Unicorno ma nel suo aspetto malefico, come sembianza assunta dal dèmone Molychta: “E Molychtha è un vento, senza il quale nulla diviene sulla terra. Ha sembianze di Serpente e di Unicorno”.

  • Il Physiologus

Fondamentale nella diffusione della conoscenza dell’Unicorno nel mondo cristiano fu il Physiologus, opera naturalistica sulla fauna, la flora e il mondo minerale diffusa dal II sec. d. C. o almeno dal IV[39] e riprodotta in numerosi manoscritti sia come solo testo che arricchito con immagini, a iniziare dal il ms Bongarsianus 318 di Berna, scritto tra l’825 e l’850.

Con il Physiologus ha origine il topos della cattura per mezzo della fanciulla e la traslazione in senso morale-allegorico della narrazione, come si legge nella versione del ms Bongarsianus: “Il Fisiologo ha detto di esso che è un piccolo animale, simile ad un mansueto capretto, ha un solo corno sopra la testa e non ci si può avvicinare ad esso perché ha un solo corno solidissimo… Così gli si dà la caccia: si pone davanti ad esso una vergine castissima, e quando vede la vergine subito diviene mansueto e si poggia sul suo seno [ms Vat. Lat. 290 c. 38v: e si stringe a lei; altre versioni aggiungono: ed essa lo allatta] e mentre si riscalda a lei viene preso e portato al palazzo del re[40]. Infatti nessun cacciatore è così valoroso da poterlo catturare. ‘Ha innalzato per noi il corno della salvezza nella casa di David’… Ed egli si è fatto carne ed ha abitato tra di noi”; in altri testi più esplicitamente è espresso lo stesso concetto: “L'unicorno è un'immagine del Salvatore… ha preso dimora nel ventre della vera e immacolata Vergine Maria”.

  • L’unicorno tra Medioevo e Rinascimento

Rinviando alla Parte Prima nella quale si è detto della presenza dell’Unicorno nei testi e negli affreschi in àmbito ermetico-alchemico, si può rilevare come nel periodo tra Medioevo e Rinascimento in Europa la figura dell’Unicorno venga rappresentata nei modi più diversi: è portato in trionfo davanti al re tra musici e bandiere FIG. 17, è solo un elemento decorativo nei codici miniati FIG. 18, o un oggetto artistico FIG. 19. Da segnalare anche una singolare versione dell’Unicorno: Bucefalo in alcuni codici miniati del Roman d’Alexandre è raffigurato con un corno frontale ed è descritto come antropofago FIG. 20.

1158 Fig 171158 Fig 18

1158 Fig 191158 Fig 20

L’immagine dell’Unicorno e della Dama ha una grande diffusione tra Medioevo e Rinascimento, e la si ritrova nelle pale d’altare FIG. 21 e Fig. 22, ma anche in opere laiche, come nel Tondo da parto di Apollonio di Tommaso[41] dipinto intorno al 1450-1460 FIG. 23, in cui una coppia di unicorni tira il carro di una divinità (Venere con Eros in catene?) accompagnata da un corteo di sole donne, mentre il Pisanello lo utilizza nella medaglia in bronzo fusa in onore di Cecilia Gonzaga nel 1447 FIG. 24. Grandi artisti ritraggono la coppia Dama-Unicorno: Leonardo intorno al 1480-1482 lo abbozza insieme con la Dama in due disegni, l’uno all’Ashmolean Museum FIG. 25 e l’altro al British Museum, Raffaello lo raffigura FIG. 26 come un piccolo animale con il mantello velloso di un ovino in grembo alla Dama[42], mentre Dürer raffigura l’Unicorno come cavalcatura di Ade nel rapimento di Proserpina, sottolineandone così il valore infero FIG. 27.

1158 Fig 211158 Fig 221158 Fig 231158 Fig 24

1158 Fig 25 1158 Fig 261158 Fig 27

Nei manoscritti medievali la fabula dell’Unicorno e della Dama è raffigurata in diversi modi, a iniziare dal ms Bongarsianus di Berna, dove la Dama è vestita con abiti della Roma classica FIG. 28; il tema preferito nelle miniature sembra essere quello dell’uccisione dell’animale mentre riposa in grembo alla Dama, in cui l’animale viene ucciso da parte di uno o più guerrieri con lancia FIG. 29, spada FIG. 30 o in un caso con una morgensterne FIG. 31; in altre immagini l’Unicorno viene gentilmente catturato senza che gli sia arrecato danno FIG. 32 e in una miniatura del 1300-1350 sembra anzi che la Dama cerchi di proteggerlo dai suoi nemici FIG. 33.

1158 Fig 281158 Fig 291158 Fig 30

1158 Fig 311158 Fig 321158 Fig 33

Nei codici come negli arazzi e nei quadri la Dama è raffigurata vestita, a volte con abiti sontuosi FIG. 34, ma in alcune miniature della prima metà del XIII secolo, forse seguendo la descrizione di Zosimo della “cattura” dello stagno di cui si è detto nella Parte Prima, la donna è raffigurata senza abiti FIG. 35; in altre immagini, a sottolineare l’allattamento dell’Unicorno, la Dama è presentata col seno scoperto, come in un arazzo di Strasburgo del 1500-1510 (ora conservato a Basilea) FIG. 36 e in un affresco dipinto tra il 1506 e il 1524 che si vede nel castello di Carbognano (VT) FIG. 37, appartenuto a Giulia Farnese, sorella del cardinale Alessandro Farnese, poi papa Paolo III.

 1158 Fig 341158 Fig 36

1158 Fig 361158 Fig 37

[1] Tra i più recenti assertori di questa origine G. Acerbi, Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro, in corso di pubblicazione: “l’Unicorno –nonostante la cosa sia da certuni negata– costituisce lo sviluppo iconografico del Pesce Monodono e cioè del Narvàlo”.

[2] Solino, Collectanea rerum memrabilium, LII: “Atrocissimus est monoceros, monstrum mugitu horrido, equino corpore, elephanti pedibus, cauda suilla, capite cervino. cornu e media fronte eius protenditur splendore mirifico, ad magnitudinem pedum quattuor, ita acutum ut quicquid impetat, facile ictu eius perforetur. vivus non venit in hominum potestatem et interimi quidem potest, capi non potest”.

[3] M. Bernabò, Il Fisiologo di Smirne, p. 95.

[4] A. van der Geer, Animal in stone. Indian mammals sculpture trough time, Koningklijke Brill NV, Leiden 2008, p. 176 e nota 1.

[5] Le proprietà benefiche del corno hanno la più antica fonte in Occidente negli Indikà di Ctesio, proprietà probabilmente descritta in precedenti testi indoiranici (M. Restelli, Il ciclo dell’unicorno, Marsilio, Venezia 1992, p. 8).

[6] Si veda https://www.vice.com/it/article/3knpjb/capriolo-unicorno-monti-sibillini-parco-scienze-naturali-prato (consultato 12/12/2019), con il riferimento all’articolo pubblicato sul giornale La Repubblica.

[7] P. Li Causi, L’asino indiano da Ctesia ad Aristotele I primi passi dell’unicorno nel mondo della realtà, in ClassicoContemporaneo 5 (2019), p. 29.

[8] Chi volesse approfondire l’argomento si potrà rifare ai testi di O. Shepard (The lore of the unicorn, 1930), E. Ettinghausen (The unicorn, 1950), M. Restelli (Il ciclo dell’unicorno, 1992), A. Parpola (The harappan unicorn, 2011).

[9] A. Parpola, The Harappan unicorn in Eurasian and South Asian perspectives, in “Linguistics, Archaeology and the Human Past”, a cura di T. Osada e H. Endo, Indus Project Research Institute for Humanity and Nature, Kyoto, Japan 2011, pp. 140-142.

[10] In https://en.wikipedia.org/wiki/Zuo_zhuan (consultato 28/12/2019).

[11] F. Cardini, L’unicorno, in “Abstracta”, 1986 (6), pp. 42-49 (da www.liceofermibo.net, consultato 19/02/2020). Si veda anche l’Enciclopedia Treccani s. v. qilin.

[12] https://web.archive.org/web/20121203012958/http://www.kcna.co.jp/item/2012/201211/news29/20121129-20ee.html (consultato 28/12/2019).

[13] Il tema è trattato in E. Albrile, Gnostici a Montiglio. Il ricordo dell’antico in una pieve altomedievale, in “Medievalsophia”, 2012 (11), pp. 31-58. Parpola, The Harappan unicorn pp. 131 ss. riporta per esteso i testi citati.

[14] Un’esauriente panoramica sui rapporti tra Il romanzo di Barlaam e Joasaf e Il Buddhismo in S. Ronchey, Introduzione a ‘Il Buddha bizantino’, in Storia di Barlaam e Ioasaf. La vita bizantina del Buddha, a cura di S. Ronchey e P. Cesaretti, Nuova Universale Einaudi, Nuova serie 9, Milano 2012.

[15] R. Ettinghausen, The unicorn, The Lord Baltimore Press, Smithsonian Institution, Freer gallery of Art occasional paper, publication n° 3993, Washington 1950.

[16] Ettinghausen, The unicorn, p.60.

[17] Ettinghausen, The unicorn, p. 96.

[18] Ettinghausen, The unicorn, p. 11 nota 16.

[19] Ettinghausen, The unicorn, p.60.

[20] La citazione, riportata dalle epitomi di autori greci scritta dal Patriarca di Costantinopoli Fozio nel IX sec. d. C., è estratto da Li Causi, L’asino indiano, pp. 19-51.

[21] Sull’interpretazione di questo particolare si veda Li Causi, L’asino indiano, p. 32: per i Greci l’astragalo era solo quello di forma pressoché quadrangolare degli ovini, mentre si riteneva che non esistesse negli animali che lo avevano di forma diversa.

[22] Li Causi, L’asino indiano, pp. 22-23.

[23] Li Causi, L’asino indiano, p. 24.

[24] Aristotele, Τῶν περὶ τὰ ζῷα ἱστοριῶν (Indagini sugli animali), citato in Li Causi, L’asino indiano, pp. 40-41.

[25] Ettinghausen, The unicorn, p. 64 nota 22.

[26] Giulio Cesare, De bello gallico, VI, 26.

[27] Plinio, Nat. Hist., l. VIII c. 30; nel capitolo Plinio cita Ctesia di cui evidentemente conosceva l’opera.

[28] Plinio, Nat. Hist., l. VIII c. 31.

[29] P. Angelo Piccardo da Napoli, Breve e succinta relazione del viaggio nel regno del Congo nell’Africa meridionale fatto dal padre Girolamo Merolla da Sorrento sacerdote cappuccino missionario apostolico, Napoli 1726, pp. 39-40.

[30] R. Kiperwasser e D. D. Y. Shapira, IranoTalmudica I: The Three Legged Ass and Ridyā in B. Ta‘anith: Some Observations about Mythic Hydrology in the Babylonian Talmud and in Ancient Iran, in AJS Review, 2008 (32), pp. 101-116 (http://journals.cambridge.org/abstract_S0364009408000056, visitato 16/12/2019).

[31] Rimandiamo a C. G. Jung, Psicologia e Alchimia, Boringhieri, Torino 1995, pp.421-429.

[32] H. Humphreys, The horn of the unicorn, p. 15 (https://www.cambridge.org/core. UCL, Institute of Education, consultato 14/12/2019).

[33] Le recenti versioni del Vecchio Testamento traducono in modo diverso: “Il Signore fa balzare il Libano come un vitello e il Sirion come un giovane bufalo” (la Vulgata di S. Girolamo invece di “giovane bufalo” ha “filius rhinocerontis”).

[34] Didimo il Cieco, Lezioni sui Salmi (a cura di E. Prinzivalli), Paoline, Milano 2005, pp. 203-204.

[35] Cosma Indicopleuste, Topografia cristiana, l. VII, 360-361. Uno dei più antichi codici illustrati della Topographia cristiana è il ms Vat. greco 689 della Biblioteca Apostolica Vaticana del IX secolo, da cui è tratta l’immagine qui riportata.

[36] E. Albrile, La liturgia dell’Asino. Elementi di una transizione simbolica, in “La Persia e Bisanzio. Atti del Convegno internazionale Roma 14-18 ottobre 2002”, Accademia Nazionale dei Lincei, Atti dei Convegni Lincei 201, Roma 2004, pp. 457-472, p. 459.

[37] Cosma si rifaceva alla traduzione dei Settanta, mentre la traduzione attuale del Vecchio Testamento come detto ha ‘bufalo’ e non ‘unicorno’.

[38] Albrile, Gnostici a Montiglio.

[39] Physiologus, a medieval book of nature lore, translated by M. J. Curley, University of Chicago Press edition 2009 (prima edizione: 1979), pp. XVII-XXI descrive le diverse tesi sulla data di composizione del testo, che andrebbe posta tra il primo quarto del II sec. e la fine del IV; la traduzione in latino sarebbe della fine del IV sec. (p. XX), caratterizzata da un ampliamento del testo specie nella significazione allegorica (XXVIII).

[40] Questo particolare come detto si trova già in Megastene.

[41] Apollonio di Giovanni (1450-1460) fu tra i grandi miniaturisti del suo secolo, a lui sono attribuibili le raffinate immagini che decorano la Divina Commedia della Biblioteca Laurenziana di Firenze (ms Med. Pal. 72) ed altre opere classiche, quali le opere di Virgilio conservate nel ms Riccard. 492 della Biblioteca Riccardiana di Firenze.

[42] Forse da identificare con Giulia Farnese, sorella del cardinale Alessandro senior, poi papa Paolo III. Le gemme del pendente della Dama, un rubino, uno smeraldo e una perla, andrebbero studiate nel loro significato simbolico, di cui qui non è possibile trattare. Solo per dare un esempio, rubino, smeraldo e perla, insieme con lo zaffiro, erano a Bisanzio riservati all’Imperatore. In Occidente la perla era simbolo, secondo il Physiologus, della nascita verginale del Cristo, ma anche della vita celeste per Rabano Mauro, il quale considera il rubino simbolo della Parola di Dio e quindi della sapienza divina (E. Schoonhoven, Fra Dio e l’imperatore : il simbolismo delle pietre preziose nella Divina Commedia, in Dante, rivista internazionale di studi su Dante Alighieri, III 2006, pp. 76-78); lo smeraldo è connesso alla Fede ma anche alla Speranza (Schoonhoven, Fra Dio e l’imperatore, p. 83). Particolarmente significativi gli accenni a queste pietre in Dante: gli occhi di Beatrice sono smeraldi (Purg. XXXI), la perla è simbolo della verginità dedicata a Dio (Par. III), e l’Aquila simbolo imperiale che compare in Par. XIX è fatta di anime beate risplendenti come rubini.