Recensione - La Battaglia per la Casa, memorie di un’architetta siriana

Marwa Al Sabouni

Artena Anarchist Press

 

Segnaliamo un libro particolare che ci ha molto colpito e al cui interno compare, in mezzo alla descrizione delle devastazioni di un conflitto permanente, lo scenario autobiografico di una donna siriana, architetto, che tenta di ricongiungere progettualità sociale, architettonica e direi anche spirituale, in un contesto devastato da conflitti etnico-religiosi.

E’ un testo dai molteplici aspetti che pone l’Europa di questo ultimo secolo, abituata (anche se con tante disparità, intolleranze e abissi di laicità di comodo) a vivere in indifferente “tranquillità” rispetto agli stupri ambientali e architettonici che la contraddistinguono.

Sotto un certo aspetto avvisa il distratto e ormai totalmente disidentificato uomo europeo, di come, sotto la cenere dell’ignavia, del “tiriamo a campare” si annidino e fermentino vulcani incontrollabili, che possono devastare un tessuto sociale di apparente tolleranza e di collaborazione armonica.

Accompagnando il testo con una serie di bellissimi disegni delle arcaiche e delle moderne architetture della città di Homs, confrontate con gli abnormi assembramenti somiglianti vagamente ai nostri quartieri di Corviale, Marwa Al Sabouni ci porta a confrontarci con delle difficoltà spaventose, burocrazia e  prevenzione possono letteralmente distruggere qualsiasi aspirazione intellettuale.

La cosa affascinante che emerge dal testo è la caparbietà con cui questa donna si ostina a perseguire i suoi obiettivi e la attenta “contemplazione” (non saprei definirla diversamente) di episodi continui di guerra, di macerie, di distruzioni che durano ormai da decenni e che creano una specie di abitudine alla precarietà permanente. Abitudine che però non elimina il dolore verso una disgregazione che sembra intollerabile per una nazione che nasce con un rispetto culturale, ambientale e interetnico.

In tale contesto e nella constatazione che la “casa” costituisce, come è logico che sia, uno spazio vitale, all’interno del quale l’uomo cerca non solo rifugio ma anche identità culturale, sociale e religiosa, viene veicolato un ideale dominante connesso alla “realizzazione” pratica di un sogno materializzato attraverso l’Islam che, fino al recente passato, era riuscito ad unificare influenze persiane, selgiuchidi, moghul e ottomane sotto un solo pensiero sincretico governato da “leggi” che lo hanno reso attualizzabile.

L’Autrice confronta efficacemente gli ideali “abitativi” e l’architettura religiosa, in contesti differenti, come quello cristiano e musulmano, mettendo in evidenza come il rispetto per l’identità culturale non voglia dire ripetere moduli standard ma ritrovare costantemente l’essenza della tradizione rispettandone i significati.

Estraggo un paragrafo che trovo determinante:

“In passato il fondamento della fede non era così scivoloso quanto lo è oggi, Greca, romana, buddista, gotica, islamica, o persino azteca o faraonica, tale stabilità di fede (dai tempi antichi fino alla storia recente) conferiva ordine a ciò che era moralmente appropriato e quest’ordine veniva conseguentemente riportato nello stile e nel senso di identità. L’architettura è cambiata con lo spostarsi di quelle fedi verso il punto in cui ricorro alla ritualizzazione. Lo vediamo nel caso dell’approccio del “taglia e incolla”. Sebbene l’architettura classica si sia evoluta in principio partendo da un repertorio stilistico simile a quello di qualsiasi tradizione indigena, le sue forme si sono progressivamente DISSOCIATE dai significati originari”

Il testo prosegue mostrando la…devastazione che gli architetti moderni (favoriti da un ego ipertrofico) hanno operato sulla necessità dell’uomo di “insediarsi” di “abitare” e avere una sua “casa”, nella quale riconoscersi e identificarsi socialmente, umanamente.

“L’architettura moderna preferisce controllare un luogo piuttosto che rispettarlo. E al fine di ottenere pieno controllo, ci regala enormi gadget progettati al computer, privi di ogni relazione con gli autentici bisogni morali e spirituali delle persone”.

Ovviamente Marwa al Sabauni trasferisce questi cliché occidentali in Siria e nei paesi limitrofi dove il maldestro tentativo, dettato dall’avidità, di acquisire certe forme disumanizzate, incollandole ad una religiosità ritualizzata e ormai priva di reale fede morale, ha prodotto delle città “luna park” tipo Dubai o dormitori in cemento come quelli che troviamo in tutte le periferie europee o infine dei “copia e incolla” privi di alcun calore umano.

Ripristinare una città progettata per far convivere la eterogeneità culturale e religiosa in un solo contesto, rispettando il luogo, come fosse un albero nella foresta spirituale che lo ha sempre animato potrebbe essere un modo per aiutare l’umanità a ritrovare se stessa.

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