Artena Anarchist Press, 2020, 166 pp. € 16,00.

 

 

 

A un certo punto della sua vita, precisamente nel 1784, Wolfgang Amadeus Mozart acquistò uno storno. Ben presto i due divennero intimi, e Mozart, affascinato dall’amico pennuto, ne trascrisse il canto nel suo concerto per piano n° 17. Mozart era rapito dall’abilità dell’animale di copiare col canto le musiche che il musicista eseguiva dalle sue partiture. Un’abilità, del resto, che era stata riconosciuta all’uccello sin dai tempi di Plinio  il Vecchio. Il rapporto amicale tra i due divenne tanto solido che, alla morte dell’animale, dopo tre anni, Mozart e un gruppo di amici organizzarono un funerale in piena regola, e il musicista compose un poema dedicato al perduto amico che recitò sulla sua tomba.

La bellezza celata nell’armonia del canto è espressione di un gene, FoxP2, la cui manipolazione produce sperimentalmente un’influenza sulle abilità canore e del linguaggio. Ma è il gene che esprime una musica, o l’armonia che si inscrive nel gene, coagulandosi nelle profondità della vita sotto forma di una sequenza nucleotidica, anch’essa, al suo livello, armonica?

Il canto degli uccelli, i rapporti musicali entro cui si dispiegano i canti di molte specie animali, come le balene ad esempio, sono, insieme al mistero delle forme, delle proporzioni, dei colori e del bello, tra i punti di partenza della una serie di annotazioni, brevi ma illuminanti, che compongono questo taccuino di riflessioni che ci regala Antonio Lima de Faria. Un distillato di agili appunti che prende le mosse da puntuali citazioni di artisti, musicisti, fisici, chimici, matematici, filosofi che compongono una delle più varie, e nello stesso tempo più coerenti, rassegne dei maestri del pensiero occidentale. Legati dal filo comune dell’armonia universale, del suo segreto infinitamente ripetuto e riflesso in ogni luogo del reale e dell’immaginario, si avvicendano innanzi al lettore Pitagora, Platone, Rodin, Chezanne, Fibonacci, Picasso, Keplero, Matisse, Poincaré, Goethe e decine di altri. Accanto ai grandi conosciuti da tutti, vi sono i nomi forse più oscuri alla massa, ma non per questo meno autorevoli, di scienziati e ricercatori contemporanei accomunati dall’aver, anch’essi, in qualche modo, sfiorato nel proprio lavoro l’alito invisibile della consonanza infinita che regola il creato.

In una danza che passa leggera dalle arti plastiche e figurative alla biologia molecolare, dall’armonia musicale alla matematica e alla fisica, dalla filosofia all’osservazione sperimentale, il filo rosso che si dipana nel susseguirsi delle pagine, è, da un punto di vista ideologico, simile a quello che animava le speculazioni pitagoriche e neopitagoriche che, nel corso dei secoli, si sono sedimentate in maniera nascosta ma persistente nella memoria d’occidente. Ma qui non vi è ombra di fumoso misticismo (se mai ve ne fu nei pitagorici e platonici che per primi ci insegnarono il mistero dell’armonia universale), né di compiaciuto alessandrinismo: a parlare è uno scienziato di razza, professore emerito di citogenetica molecolare dell’Università di Lund, da più parti decorato per la sua enorme e pluridecennale produzione, membro di innumerevoli accademie scientifiche internazionali, fieramente e dichiaratamente ateo.

L’occhio di Lima de Faria, nell’assumere e sussumere il materiale ideologico apparentemente eterogeneo che assembla, riconnette e commenta, rivela, tuttavia, una delicata e rispettosa capacità di mimesi. La sua è una guida sicura, che si muove agile con riflessioni essenziali, di una nudità e semplicità estreme, sempre documentalmente ineccepibili.

Il programma del libretto, esemplarmente riassunto dal titolo, è indagare sull’armonia nascosta che genera l’arte, il senso del bello, dell’armonia, e che sottende alle strutture stesse della realtà nelle molteplici rivelazioni offerte dall’indagine scientifica: scienza ed arte obbediscono, appunto, alle stesse recondite leggi. Che esse siano rivelate nelle inattese armonie delle catene aminoacidiche dei cromosomi, o nelle pitture potenti di Matisse, poco importa. Si tratta di alludere alle stesse fondamenta nascoste del mondo.

Conoscevo già l’autore per il suo libro forse più famoso, Evolution without selection (ed. it. a cura di Stefano Serafini, Evoluzione senza selezione, Nova Scripta, Genova 2006).È stata questa l’opera a sua firma che forse più di tutte, nella sua immensa produzione scientifica, ha travalicato i confini del pubblico specialistico. Il libro, che all’epoca fu oggetto di innumerevoli controversie e finì per essere un “caso” culturale, mi colpì in modo particolare. Liquidando l’inconfessabile presupposto malthusiano che riposa al di sotto del concetto darwiniano e neodarwiniano di selezione naturale, presupposto che verrà poi ulteriormente sviluppato in campo sociologico da Spencer, la teoria di Lima de Faria parlava invece di un’autoevoluzione delle forme del creato secondo un pacchetto di leggi generative unico, che si rifletteva e moltiplicava nei diversi reami della natura. In tal modo si apparentavano le fessure generate sul fango disseccato al sole alle venature ramificate di una foglia e alla struttura scheletrica di un’ala di cavalletta. La configurazione spaziale di un metallo allo stato naturale, il frutto di una determinata pianta possono essere omologhi alla forma espressa nella configurazione corporea di un mammifero superiore. Una galassia si riconnette a un cristallo o a un cefalopode. Tutto è omologo in quanto espressione di leggi generative universali, che agiscono sul piano fisico, chimico e biochimico inducendo e declinando indefinitamente un programma evolutivo univoco e intrinseco alla materia. Con una profondità argomentativa e ricchezza documentale neanche vagamente rievocabili in questa sede, l’autoevoluzione di forma e funzione purificava la scienza della vita dall’idea economicista e utilitaristica che il darwinismo variamente declinato aveva imposto alla natura.

Il libro appena uscito, in qualche modo, deriva anche – ma non solo – da quelle pagine. Esso rivela una continuità di riflessione e un approfondimento ulteriore. Fatto, con ogni evidenza,come ogni buon  libro, con l’intento di suscitare proficue domande piuttosto che di fornire formule risolutive, questo agile testo divulgativo ci fa rimpiangere quanto rare ed episodiche siano le incursioni di questo eminente scienziato al di fuori dei domini specialistici entro i quali abitualmente si muovono le sue ricerche.

Un libretto per far muovere la mente e dirigerla verso riflessioni sulla natura e sulla vita che la distrazione quotidiana, e il suo insopportabile rumore di fondo, raramente propiziano.

Massimo Marra

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