Premessa

L’atteggiamento consueto dell’esegetica, soprattutto nei confronti dei testi classici, è quello di leggere tra le righe, per cercarvi il recondito senso che non appare immediato dalla lettura fedele del testo; atteggiamento legittimo, come lo stesso Dante conferma nel Convivio e nella lettera al giovane Cangrande della Scala. Dante chiarisce che nella poesia tradizionale ci sono di solito cinque sensi o modi di lettura e di interpretazione e avverte che per una più profonda comprensione del testo non bisogna fermarsi al solo senso letterale. Resta però importante, prima di tutto, una accurata analisi del senso letterale che, per essere valido e credibile, non può essere in contrasto con gli altri sensi e non può essere incongruente, seppure talvolta potrebbe sembrare enigmatico. E’ vero che talvolta la lettura letterale può presentare oscurità o anacronismi che portano involontariamente a non approfondirne la logica, con la giustificazione che ciò che conta è il suo senso celato, ma proprio questo deve essere il motivo per verificare il testo e cercare le motivazioni di ciò che non torna nella narrazione. Questa attenzione al senso letterale è spesso fondamentale per scoprire e interpretare i vari sensi di un testo, soprattutto quando proviene da tradizioni orali mitiche, religiose, cosmogoniche o comunque poetiche, nelle quali il senso letterale che può sembrarci illogico o favolistico è tale perché i mutamenti linguistici delle parole tramandate oralmente e poi scritte, dopo diversi secoli o millenni, impongono la capacità di capire e interpretare il valore mutevole delle parole e di collocarle opportunamente nel loro contesto storico e culturale.

Quando ad esempio nel libro della Genesi si afferma che in principio Dio mise ordine al cielo e alla terra, creò l’uomo e la donna, avvertiva di non cibarsi del frutto dell’albero del bene e del male, è importante spiegare che queste espressioni esprimono, nella lingua ebraica, concetti che scaturiscono dal confronto di due termini diversi o opposti: cielo e terra significava tutto il creato visibile, uomo e donna indicava tutta l’umanità, bene e male stava per conoscenza.

Esemplificazione

Per maggiore chiarezza, e a titolo di esempio, proponiamo la rilettura di un passo del Vangelo secondo Luca: capitolo 4, vv. 16-30.

Per quanto il brano sia noto e più volte letto e commentato tra le letture evangeliche della Santa Messa,  il senso letterale del brano suscita alcune perplessità che passano inavvertite.

Riassumiamo in breve il testo:

Gesù di Nazareth, per i credenti cristiani il Messia figlio di Dio, nel corso della sua missione in Palestina si reca a Nazareth, dove era stato allevato, ed entra nella sinagoga nel giorno di Sabato, secondo il suo solito (sottolinea l’evangelista). Si alza per leggere. L’addetto gli consegna il rotolo del profeta Isaia. Gesù lo apre, cerca il passo e lo legge ad alta voce: non si dice se legge in greco o in ebraico[1].

La citazione di Isaia letta da Gesù, che noi cattolici leggiamo nel Vangelo secondo Luca, è la traduzione in lingua italiana adottata dalla Bibbia di Gerusalemme, edizione del 1974 EDB, non del testo ebraico di Isaia che ne costituisce la fonte (Isaia 61, 1-11) ma quella del testo greco del Vangelo secondo Luca, che segue quello dei Settanta.

Gesù leggerebbe inoltre solo i primi due versi del cap. 61 di Isaia e non tutti i versi di Isaia che sono undici:

 “Lo spirito del Signore è sopra di me;

per questo mi ha consacrato con l’unzione,

e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,

per proclamare ai prigionieri la liberazione

e ai ciechi la vista;

per rimettere in libertà gli oppressi,

e predicare un anno di grazia del Signore”.

 

Approfondimento del senso letterale

Cominciamo a confrontare la traduzione in italiano con l’originale in greco, e poi con il testo ebraico di Isaia di cui noi oggi abbiamo una versione che risale al medioevo, detta masoretica; non  sappiamo quali sia quella letta da Gesù. Possiamo però supporre, e i rotoli del Mar Morto ce lo confermano, che esistessero versioni in ebraico antico, oltre a quella greca dei Settanta.[2] 

Ci limiteremo, per brevità, alle prime parole del primo verso:

Lo spirito del Signore…

Nel testo greco del Vangelo di Luca è: Πνεῦμα κυρίου (Pneuma Kurìu) = lo spirito del Padrone[3].

La Vulgata di Girolamo, che traduce dal greco in latino, dice: Spiritus Domini = lo spirito del Padrone.

Il testo ebraico di Isaia scrive:  רוּחַ אֲדֹנָי יְהוִה (Ruà Adonai YHWH) = lo spirito del padrone YHWH.

YHWH è impronunciabile e intraducibile ed è letto dagli ebrei sostituendolo con la parola Adonai, per il tabù di pronunciare il tetragramma sacro.

Questo Adonai è ripetuto dunque due volte nella lettura; la seconda volta sostituisce ma non traduce YHWH, il cui significato è sostanzialmente ignoto.[4]

Quindi se Gesù avesse letto il testo ebraico, avrebbe letto: Lo spirito del Padrone PADRONE

Se avesse letto il testo greco avrebbe letto Lo spirito del Signore.

Ci sembra evidente che la tradizione cristiana che conosciamo come Vangelo secondo Luca[5] attinge alla versione greca dei Settanta dove YHWH non c’è.

E del resto sarebbe stata una lettura curiosa per chi di solito chiamava Dio Abbà, cioè babbo e non Signore o Padrone!

La lettura letterale del brano evangelico ci impone dunque alcune osservazioni:

a) Perché nella traduzione greca dei Settanta non compare YHWH, il tetragramma sacro che indica il “nome” rivelato a Mosè sul Sinai?

b) Perché il passo evangelico riporta solo due versi del capitolo 61 di Isaia, che è costituito invece da 11 versi, e non lo riporta tutto?

c) Gesù aveva letto tutto il passo o solo i primi due versi riportati? In ebraico o in greco?

d) E’ stato l’evangelista a operare il taglio del capitolo di Isaia o riporta fedelmente ciò che avrebbe letto Gesù, e quindi solo i primi due versi?

Ecco dunque come un’attenta lettura letterale può suscitare domande le cui risposte potrebbero essere significative o importanti. Proviamo a dare alcune risposte che però saranno solo delle nostre supposizioni.

a) Nella versione greca dei Settanta si sono limitati a tradurre “Lo Spirito del Signore” come indicazione generica per Dio, ma sarebbe stato più corretto tradurre Lo Spirito del Signore Dio.

Chi scrive però ritiene che gli autori della traduzione greca, incaricati dal faraone Tolomeo di tradurre le Scritture dall’ebraico al greco, sapevano bene che YHWH non corrispondeva al theòs greco e per questo traducono Adonai, cioè Signore, con il corrispondente termine greco Kurìos, e omettono di tradurre YHWH, eliminandolo dal testo.

b) Non sappiamo se sia stato Gesù a scegliere di leggere solo questi primi due versi o l’evangelista. Se l’annuncio di Isaia va letto nel contesto storico, riguarderebbe il riscatto di Israele dalla servitù al tempo delle invasioni del Regno del Nord da parte degli Assiri (VIII secolo a. C.).

Se ne leggiamo il valore profetico indicherebbe la promessa di un Messia guerriero che avrebbe guidato il riscatto di Israele in un tempo non precisato.

Entrambi i sensi sarebbero anacronistici al tempo di Gesù. I tentativi di realizzare il secondo con due rivolte contro i Romani fu catastrofico.

E importante inoltre sottolineare che solo i primi due versi sarebbero in consonanza con il messaggio di pace e di fratellanza dell’annuncio cristiano e non gli altri nove seguenti nei quali il profeta Isaia promette a Israele che YHWH avrebbe distrutto e ridotto in schiavitù le altre nazioni.

La Storia ci dice che non ci fu un liberatore per Israele dal giogo dei nemici né al tempo di Isaia né dopo. Al contrario,  le tribù del Nord di Israele furono definitivamente cancellate, distrutte e disperse. Il Regno di Giuda, a Sud, e in particolare Gerusalemme, cadde definitivamente nel 597 a. C, al tempo del profeta Geremia, e il suo re Ioachin fu deportato a Babilonia con tutta la nobiltà di Gerusalemme.

Nel 539 il persiano Ciro il grande espugnò Babilonia e  liberò l’aristocrazia ebraica deportata 70 anni prima da Gerusalemme; ma non fu certo lui il Messia, anche se qualcuno lo pensò.[6] Nei secoli successivi gli abitanti della Giudea, tranne poche eccezioni, continuarono ad essere dominati da popoli stranieri: dai Macedoni di Alessandro, dai regni ellenistici, dai Romani.

Al tempo di Gesù i Romani governavano la Giudea e i figli di Erode il Grande le altre regioni di quello che fu l’antico regno di Israele. Se il messaggio di Isaia ha poi un senso profetico che si doveva realizzare al tempo di Gesù, il Messia avrebbe dovuto liberare dall’oppressione di Roma; e non solo i Giudei ma anche i Galilei e addirittura gli eretici Samaritani.

Ma c’è ancora un aspetto da approfondire. Continuiamo la lettura del Vangelo:

Dopo la lettura, Gesù arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui.

Gesù allora cominciò:

Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita”.

“Dopo la lettura”, intende quella dei due versi di Isaia che sono riportati nel Vangelo oppure Gesù ha letto tutto il capitolo 61 che comprende anche altri 9 versi?

Cosa significa che la scrittura letta da Gesù si è adempiuta?

A giudicare dall’entusiasmo che suscitò negli ascoltatori dobbiamo pensare che Gesù avesse letto tutto il capitolo di Isaia. Sembrerebbe infatti che lo avessero preso per il Messia guerriero: fu un coro unanime di approvazione e di elogi per le sue parole di grazia.

Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: "Non è il figlio di Giuseppe?".

Era per tutti evidente che se profeticamente le parole di Isaia si riferivano al Messia di Israele, Gesù, dichiarandone l’adempimento, volesse porsi come leader di una sollevazione contro il potere politico di Roma e la liberazione avesse per questo principalmente un senso politico.

Gesù smorza però l’entusiasmo dell’uditorio: lo avevano frainteso. In realtà le sue parole non sono né il commento degli undici versi del canto 61 di Isaia,  né la spiegazione dei due versi del brano appena letto. Questi primi due versi, avulsi dal contesto, furono usati da Gesù per affermare che la profezia di Isaia era giunta a compimento e che lui era stato consacrato per predicare la salvezza agli oppressi, ai prigionieri, ai cuori spezzati e sofferenti e ridare la vista ai ciechi; la liberazione e un anno di grazia del Signore.

Ma di quale liberazione intendeva parlare? Si riferiva alla condizione di precarietà esistenziale dell’uomo? A un retto comportamento etico? Alla condanna delle gravi disuguaglianze sociali? Alla guarigione dalle malattie e infermità che sembrano imperversare? O il senso è politico?

Gesù di Nazareth è il Messia guerriero o un profeta misericordioso?

Ma egli rispose: "Di certo voi mi citerete il proverbio: medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!".
Poi aggiunse: "Nessun profeta è bene accetto in patria.

Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese;
ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone.
C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo,

 ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro".
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio.
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Le parole che Gesù aggiunge, come riporta il brano evangelico di Luca, hanno smorzato il precedente entusiasmo degli uditori e suscitato il putiferio; uno sdegno che spinse la folla a cacciare fuori dalla sinagoga il compaesano bestemmiatore e a condurlo fino al ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. [7]

Cosa avrebbe detto Gesù di così grave da rischiare il linciaggio?

Prima di tutto aveva fatto notare alla folla che era sì figlio di Giuseppe ma questo non aveva niente a che fare con la sua missione; ma, come si sa, nessuno è profeta in patria! E quindi non si aspettassero da lui neanche le opere che aveva compiuto in precedenza a Cafarnao.

Evidentemente sono le parole dei versetti 23 – 27 che scatenano l’ira dei pii ascoltatori.

Per capirle bisogna sapere chi sono la vedova di Sarepta in Sidone e Naaman il Siro.

Secondo il primo libro dei Re la città di Sarepta, al confine di Canaan, fu soggetta a Sidone e poi a Tiro, città fenicie e quindi pagane, al tempo del re Acab. Il libro riporta l'episodio della vedova di Sarepta: in cambio dell'ospitalità offerta al profeta Elia, YHWH  moltiplica la farina e l'olio della vedova fino al termine della siccità; inoltre Elia fa risorgere il figlio della vedova. Probabilmente la vedova non era israelita, così come Naaman che fu un capo dell'esercito arameo di  Ben-Hadad al tempo di Joram, re di Israele. È menzionato nel capitolo 5 del secondo libro dei Re. Secondo il racconto, era ammalato di lebbra. Quando una giovane schiava ebrea rivelò alla moglie di Naaman che un profeta in Samaria avrebbe potuto curare il suo padrone, Naaman ottenne una lettera da Ben-Hadad e si recò con questa da Joram. Il re di Israele sospettò di questo come di un disegno malvagio contro di lui e si stracciò le vesti e lo cacciò. Quando il profeta Eliseo seppe questo, mandò a chiamare Naaman che successivamente fu guarito dalla lebbra immergendosi sette volte nel fiume Giordano, secondo le indicazioni di Eliseo.

A chi scrive sembra possibile che l’indignazione dell’uditorio nasca dal fatto che Gesù respinge l’idea del privilegio di chi si considera il popolo eletto al quale il dio YHWH darà regno, gloria e potenza, a discapito delle altre nazioni. Gesù riferisce esempi scritturali di un’attenzione divina verso tutti gli uomini, non solo israeliti ma anche pagani, smentendo così quanto contenuto nei versi 3-11 del capitolo 61 di Isaia (che l’evangelista non riporta) in cui si prometteva a Israele:

Ci saranno stranieri a pascere i vostri greggi

E figli di stranieri saranno vostri contadini e vignaioli.

Voi sarete chiamati sacerdoti di YHWH

Ministri del nostro Dio sarete detti.

Vi godrete i beni delle nazioni,

trarrete vanto dalle loro ricchezze…

Perché io sono YHWH che amo il diritto

E odio la rapina e l’ingiustizia…

Sarà famosa tra i popoli la loro stirpe

I loro discendenti tra le nazioni.

Coloro che li vedranno ne avranno stima,

perché essi sono la stirpe che YHWH ha benedetto.

Conclusione

La profezia di Isaia non si è mai realizzata: non la liberazione promessa  da sempre da YHWH, attraverso i suoi profeti, ai ministri e ai sacerdoti da lui eletti; non è mai avvenuto che avrebbero conquistato e sottomesso tutte le nazioni, che Israele si sarebbe goduto le loro ricchezze, che i figli dei loro oppressori sarebbero diventati loro schiavi e avrebbero lavorato i campi e pascolato i greggi del santo Israele da YHWH prediletto e benedetto.

Il Gesù dei Vangeli e dei cristiani non poteva leggere e condividere questi versi di Isaia e quindi secondo noi non li ha letti. Egli si annuncia come il Messia Figlio del Padre, salvatore di tutta l’umanità e non del solo Israele. Tra religione ebraica e cristiana c’è una profonda e incolmabile frattura e questa è Gesù Cristo!

YHWH è un dio tribale solo di Israele, un dio guerriero, il dio degli eserciti, geloso e possessivo, feroce contro i nemici e misericordioso solo se Israele gli è fedele; ma lo punisce con inaudita violenza e sofferenza se lo tradisce.

Mentre il Dio padre misericordioso della Buona Novella di Gesù Cristo, con alterne e sofferte vicende è presente nel mondo ormai da più di duemila anni, non sembra che nella storia pregressa la profezia di Isaia abbia raggiunto ancora il suo compimento, tutt’altro! Probabilmente si deve ancora realizzare… ma alcuni segni di oggi la fanno sembrare imminente.

 

[1] Al tempo di Gesù la gente in Israele si esprimeva in un dialetto della lingua aramaica e quasi più nessuno capiva o sapeva leggere l’ebraico, con il quale erano scritti gran parte dei testi sacri. Solo le classi privilegiate: nobiltà, sacerdoti, scribi, farisei, dottori della Legge conoscevano e sapevano leggere l’ebraico antico. Infatti i libri sacri ebraici erano stati tradotti in greco nel III-II secolo a. C. ed erano quelli letti e conosciuti dal popolo, è la versione chiamata dei Settanta. Non abbiamo testimonianza di quelli che venivano letti in ebraico.

[2] Il rotolo di Isaia ritrovato a Qumran, oggi al Museo del Libro di Gerusalemme, ci ha restituito nel 1947 una versione anteriore al 70 a. C. che potrebbe essere quella in possesso degli Ebrei colti del tempo e quindi quella letta da Gesù. Questo testo  è straordinariamente uguale a quello della versione Masoretica scritta mille anni dopo!

[3] Il significato letterale è Colui che ha il potere, chi domina, il signore.

[4] Secondo un fantasiosa ipotesi di chi scrive, YHWH (interpretato in genere come una forma del verbo essere) non sarebbe una parola ma potrebbe essere un suono potente, sovrannaturale, magico, segreto, dal potere benefico o distruttivo; un grido di guerra o una benedizione di conforto, secondo il modo e l’intenzione di chi lo pronunciava.

[5] Quel Luca che viene indicato come l’autore del Vangelo, secondo la tradizione cristiana sarebbe un greco convertito al cristianesimo che fu compagno di San Paolo.

[6] Ma perché Ciro avrebbe liberato i discendenti della nobiltà giudaica dalla servitù? Perché li aiutò a ritornare in patria, con truppe e comandanti persiani, nei tre tentativi effettuati, vincendo l’ostilità di chi era rimasto a Gerusalemme e nella Giudea e che non ne gradivano il rientro?

[7] Evidentemente l’autore del racconto non conosce bene Nazareth che, seppur appoggiata sul fianco di un colle, non presenta alcun precipizio.

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