LA SCRITTURA DONO DIVINO

Dall’uomo primitivo all’uomo sapiens-sapiens il percorso è stato lungo e costellato di varie e notevoli conquiste tra cui la costruzioni di armi rudimentali, del fuoco, della ruota e, forse più importante di tutti, del linguaggio che ha consentito lo sviluppo del cervello, il senso della verità e una convivenza meno selvaggia.

Non intendo sviluppare queste tappe dell’evoluzione umana, vorrei solo osservare che da un certo momento in poi nacque una ulteriore conquista che permise una maggiore possibilità di convivenza e un maggiore sviluppo dell’insediamento umano. Intendo parlare della scrittura che permise rapporti via via più complessi, un maggior ricordo di avvenimenti, di disposizioni, ed un notevole aiuto alla memoria anche di produzioni artistiche che spesso erano anche manifestazioni di sentimenti del vivere in un senso maggiormente complesso-

Dono divino è stato considerato; così ad esempio Eschilo (525-456 a. C.) allorché fa dire a Prometeo nell’omonima tragedia di avere tratto gli uomini dalla loro condizione di selvaggi fornendo loro[1]: «il numero/ somma di tutte le scienze e le compagini/ di lettere ove la memoria serbasi/ che  madre operatrice è delle Muse».

Anche Platone (428/7- 38/7 a. C.), ma con gli sviluppi che seguiranno, attribuisce al dio egizio Theuth la creazione, oltre che dei numeri, del calcolo, della geometria e dell’astronomia anche la scrittura[2]. Ebbene, dopo aver esposto queste scoperte al dio Thamus (forse Ammone[3]), giunto alla scrittura egli disse «questa conoscenza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza»[4].

Ma è nell’obiezione del re che si baserà la successiva analisi di Platone volta  a considerare l’effetto negativo che produrrà la scrittura[5]:

«E il re rispose: O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo padre della scrittura per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria ma del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: infatti essi divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà, non le sapranno, e sarà ben difficile discorrere con essi, perché son diventati portatori di opinioni invece che sapienti».[6]

PLATONE E LA SCRITTURA

Insomma, quando molto si legge poco si pensa. Lo scritto può al massimo  rinfrescare la memoria di cose che già si sanno ma non si può da essa trarre qualche cosa di preciso

Platone, probabilmente, ricordando la voluta mancanza di scritti del suo maestro Socrate, interlocutore di Fedro nel nostro dialogo, ribadisce la supremazia del seminare con la dialettica in un’anima congeniale per far germogliare i semi sino al conseguimento della verità.

Ricordiamo che anche nella Lettera VII Platone osserva l’inadeguatezza della scrittura: «nessuno, che abbia senno, oserà affidare a questa inadeguatezza dei discorsi quello che abbia pensato, e appunto ai discorsi immobili, come avviene quando sono scritti»[7]

Platone ripete più volte nel Fedro i concetti che abbiamo riportato; osserviamo a questo proposito i titoli dei capitoletti con i quali Giovanni Reale, traduttore e curatore del dialogo, suddivide l’intero argomento a partire dal 274 b sino al 278e:

= La scrittura non accresce né la sapienza né la memoria degli uomini.

= Lo scritto non sa aiutarsi e ha bisogno del soccorso del suo autore.

= Le ragioni della superiorità dell’oralità sulla scrittura.

= Lo scritto come forma di gioco e la serietà dell’oralità.

= Chiarezza e compiutezza sono proprio dell’oralità e non dello scritto.

= Il filosofo non affida le cose di maggior valore alla scrittura ma all’oralità

Notiamo che dalle argomentazioni di Platone è stata avanzata l’ipotesi che le principali considerazioni (tà timiòtera), i “Principi primi e supremi”  come li indica Giovanni Reale (v. nota  247) non furono da lui scritte ma rimasero tra gli insegnamenti orali rivolte solo a chi sarebbe stato in grado di apprezzarle. Sono i cosiddetti “àgrafa dògmata” e cioè i “dogmi non scritti”.[8]

Molti secoli dopo uno studioso della letteratura greca ma probabilmente senza che si sia ispirato al Fedro di Platone, Friedrich Nietzsche (1844-1900), pose un paragrafo della prima parte del Così parlò Zarathustra intitolandolo Del leggere e scrivere. Mi limito a riportare solo uno degli aforismi del paragrafo: «Che a tutti sia lecito leggere, finisce per corrompere non solo lo scrivere ma anche il pensare»[9] Un omaggio alla scrittura, come autrice dello sviluppo della filosofia, della scienza e dell’etica, lo troviamo nella Storia della Comunicazione di Massimo Baldini[10]

Tornando a Platone, siano rimaste nascoste o no le considerazioni sui principi supremi o siano state magari rese note da qualche suo successore senza la citazione opportuna, ricordiamo che comunque i suoi scritti a noi pervenuti furono assai numerosi e ispirarono molti studiosi che sarebbe molto lungo citare e costituiscono uno dei capisaldi della civiltà occidentale.[11] .

ARRIVA IL CALCOLATORE

Non c’è dubbio che l’uso del calcolatore ha reso più semplici ed addirittura possibili alcuni calcoli che avrebbero richiesto nei casi più semplici lunghi e fastidiosi calcoli se non addirittura l’impossibilità di poterli eseguire in tempi ragionevoli.

Chi non ricorda la ricerca in tavole numeriche, già una semplificazione dopo lo sforzo della loro composizione, dei calcoli di logaritmi o di funzioni goniometriche che richiedevano talvolta anche opportune proporzioni? Chi non ricorda l’uso sofisticato di regoli calcolatori sempre per la ricerca di determinati risultati numerici?

Ebbene la comparsa del calcolatore ha semplificato tali calcoli e permesso di eseguirne altri che avrebbero richiesto, come detto, tempi molto lunghi o addirittura l’impossibilità di compierli specialmente in campo astronomico.

Vi era naturalmente il pericolo della sua costruzione o di poterlo usare male; per questo, quando il calcolo era complesso e particolarmente impegnativo, vennero usati per lo stesso calcolo più calcolatori e più operatori.

INTERMEZZO- A questo proposito riporto un articoletto che scrissi almeno trent’anni fa e che rimase scritto a mano senza che venisse stampato e che risente dell’epoca in cui è stato scritto e a cui misi il titolo:

Che succede ai calcolatori?

Agli esami di maturità di quest’anno una professoressa d’inglese dell’Istituto Tecnico Marconi di Roma è stata nominata per l’Italiano.

Si potrebbe pensare che in mancanza di altri commissari e nel caso specifico di un commissario di Italiano, si sia pensato di sostituirlo con un professore di materia “affine”. Però in una scuola poco lontana dal Marconi, nell’Istituto tecnico Alessandro Volta, un ingegnere, insegnante di una materia tecnica, si è visto nominato per il … greco! In questo caso è difficile ipotizzare una “affinità” tra radiotecnica, meccanica o altra materia tecnica con il greco inesorabilmente materia letteraria e umanistica.

Questi sono probabilmente solo due di numerosi casi consimili. Eppure la raccolta dei dati di ogni singolo professore, i vari “desiderata”, la formazione relativa delle varie commissioni di esame, sono tutti inseriti nel calcolatore del Provveditorato (o del Ministero P. I.). Il calcolatore dava anzi garanzia di precisione e soprattutto di imparzialità.

Tutti ricordano le bizze del “calcolatore Carlo Magno” che a Bruxelles avrebbe dovuto ricevere e comunicare quasi simultaneamente i vari dati relativi alle elezioni europee.

Sembra poi che il calcolatore nel quale sono state inserite tutte le informazioni del personale dell’Università di Roma, abbia, qualche tempo fa proprio nel caso di una sua esibizione, risposto che il professore Giorgio Tecce da anni in ruolo ed addirittura rettore dell’università La Sapienza di Roma, non era che un semplice assistente!

Che cosa succede dunque a questi calcolatori? È chiaro che queste meravigliose macchine non hanno iniziato alcuna rivolta così cara agli scrittori di fantascienza, né hanno oggettivamente alcuna colpa. Ed è altrettanto chiaro che queste macchine sono ormai entrate nel nostro mondo, nella nostra tecnologia e non potranno mai più uscirne.

La spiegazione di questi scacchi e di altri che è inutile riportare è ovvia: se i dati che si immettano non sono aggiornati o sono, peggio, errati, oppure il percorso seguito non è regolare, il calcolatore non fa che rispondere di conseguenza.

Il problema che si presenta è meno banale di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Una macchina ben costruita non commette errori anche quando fornisce risultati errati: l’errore è sempre umano. Il fatto è che l’errore umano non si può eliminare completamente. Di questo bisogna tener conto ed è quanto sta emergendo con preoccupante regolarità in tutti i paesi tecnologicamente avanzati nei quali sino a poco tempo fa si era disposti a sacrificare al dio calcolatore.

In questa circostanza gli errori sono difficilmente individuabili e comunque la loro correzione richiederebbe un tempo di indagine superiore, ci hanno assicurato, ai calcoli eseguiti con metodi più tradizionali. Ripetiamo comunque che non si tornerà indietro data che la possibilità di queste macchine è così straordinaria che l’uomo non vi rinuncerà mai più.

Teniamo comunque presente che per le indagini propriamente scientifiche, specialmente quando la risoluzione dei problemi richiede numerosi calcoli da ripetersi più e più volte pur con differenti dati o condizioni iniziali, allora queste macchine sono addirittura insostituibili. Questo accade anche se si fa riferimento alla raccolta di numerosi dati di uso corrente quali dati demografici, finanziari, bancari senza una vera possibilità di controllo per così dire, manuale.

Uno dei problemi scottanti di questi tempi è dunque quello di come attenuare in queste operazioni correnti (non eliminare!) l’errore umano: aumentare la professionalità degli operatori; moltiplicare i controlli; usare più calcolatori per gli stessi dati e gli stessi problemi. Questi sono alcuni accorgimenti che non sono del tutto risolutivi poiché non è solo l’immissione dei dati che deve essere controllata ma anche via, via la loro elaborazione, il loro richiamo per gli usi più opportuni e disparati. Il costo notevole del tempo-calcolatore non consente inoltre troppi rallentamenti che, oltre tutto, snaturerebbero il significato e l’uso stesso del calcolatore.

Vi sono pertanto queste perplessità, però teniamo conto che senza il calcolatore non avremmo potuto eseguire quei calcoli numerosi e matematicamente elaborati che hanno consentito all’uomo di scendere sulla luna!

Strumento dunque insostituibile, pur con i suoi possibili, se non inevitabili, pericoli con i quali abbiamo dato inizio al presente articolo per indicazioni per le quali, oltretutto, non è richiesto un controllo attraverso l’uso di numerose altre macchine.

A conclusione di questo scritto, e vorremmo proprio essere smentiti, ci sembra che talvolta si ricalchi anche in questa circostanza quanto, pur in un mondo di sofisticati forni elettrici ed elettronici a temperature autograduate con segnali acustici o luminosi, si legge spesso per attirare la clientela: “polli cotti a legna” accanto magari ad un'altra indicazione invitante: “fettuccine fatte a mano”[12].

 

Dall’epoca del mio articoletto ad ora il calcolatore ha affinato le sue prestazioni ed è ormai alla portata di chiunque abbia un telefonino o altro strumento portatile. Il pericolo paventato è diminuito di molto cosicché molti, oggi, ignorando la gloriosa aritmetica operativa, non possono farne a meno anche per eseguire una moltiplicazione o una divisione.

Ma questo è un pericolo a cui non si fa più caso dato che oggi il calcolatore presenta un pericolo assai maggiore poiché non viene considerato solo uno strumento atto al calcolo anche sofisticato, ma addirittura uno strumento atto alla risoluzione e addirittura alla nascita di problemi di carattere teorico: un matematico creatore!

Questo pensiero ottimista portò a innumerevoli tentativi che non scoraggiavano coloro che volevano vedere nelle notevoli possibilità di calcolo dello strumento qualche risultato non previsto e si impegnavano in tal senso.

Ebbene finalmente nel 1981 venne pubblicato un articolo di Clifford Truesdell (1919-2000) che riprendeva una sua conferenza di due anni prima ed aveva per titolo: Il calcolatore: rovina della scienza e minaccia per il genere umano.

La tesi trattata e le argomentazioni sostenute suscitarono  una grande eco data la  notorietà dell’autore, grande studioso di meccanica razionale che aveva rifondato giovandosi anche dei contributi dei grandi studiosi precedenti quali Eulero, Bernoulli, Lagrage, Cauchy e  fondatore di grandi riviste di storia della meccanica o della storia della matematica ad esempio con la famosa Archive for History of Exact Sciences (Springer).

Parlando del calcolatore Truesdell non nasconde la grande utilità per la capacità di un calcolo rapido e preciso ma dopo questo riconoscimento che verrà ripetuto più volte nel corso dell’articolo, Truesdell enumera quello che sarà il motivo dominante del suo scritto: «Il calcolo non deve essere confuso con la matematica». Anzi, aggiunge dopo aver riportato vari esempi, c’è il pericolo che i matematici si possano adagiare sulle capacità di calcolo del calcolatore per trasformare la matematica in una sorta di calcolo numerico volto all’approssimazione e non alla creazione di teorie scientifiche che ne costituiscono l’essenza e con i pericoli anche di interpretazioni diverse.

Le citazioni sono molteplici In relazioni a vari problemi di ogni tipo e Truesdell riporta anche la testimonianza di E. R. Post di cui riporta le quattro vie  «in cui il calcolatore ha danneggiato la scienza» e quella di James Frauenthal di cui riporta alcune pagine del lavoro Il mutamento nella matematica applicata è rivoluzionario.

Sarebbe assai lungo anche solo sintetizzare le 29 dense pagine dell’articolo di Truesdell[13]. Termino pertanto ricordando che a conclusione del suo articolo egli, anche asserendo che comunque essi resteranno per sempre almeno «finché non li si saprà sostituire con qualcosa di ancora più pericoloso», sintetizza le sue dichiarazioni in otto punti il cui sesto afferma: «La preponderanza del calcolo scoraggia l’analisi critica, il pensiero creativo e l’addestramento dei pensatori».

A questo punto, e questo è stato uno dei motivi che mi hanno indotto al cenno sull’articolo di Truesdell, si può notare una corrispondenza sul rapporto scrittura-pensiero che abbiamo visto in Platone: la scrittura (per Truesdell: il calcolatore) porta ad una pigrizia nel vero studio del pensiero dando la sensazione che in essa si trova ormai tutto trascurando invece quei principi primi (T.: la matematica creativa) che non possono trovarsi appunto congelati nella scrittura (T.: nella massa inerte dei valori numerici prodotti dal calcolatore).

In una forma e in un ambiente molto diversi ma con un sorprendente parallelo, almeno secondo me, riporto un brano preso dal racconto Due mani benedette di Giovannino Guareschi (1908-1968)[14]. Come dire che il percorso obbligato (P.: scrittura; T.: calcoli numerici)  è molto diverso dalla creazione personale (P.: principi primi; T.: matematica creativa).

«A Peppone piaceva molto battere il ferro. Battere il ferro rende meno che trafficare attorno ai motori: però dà allegria.

Mettere a posto un motore di trattrice o di automobile è come cercare l’ errore che impedisce a un’operazione aritmetica di funzionare: l’uomo si mette al servizio della logica inflessibile della macchina ed è una faccenda umiliante.

Cavar fuori a martellate qualcosa da una spranga di ferro è imporre la propria volontà alla materia. Metallo è quello di un motore e metallo è quello di un cancello: ma nel primo caso chi comanda è il metallo, nel secondo  chi comanda è l’uomo»

SIAMO GIUNTI AL COMPUTER

Siamo giunti nell’ultimo passo di questo lavoro, probabilmente il più importante anche perché, a nostro parere, il più pericoloso. Se il problema della scrittura presentato da Platone è stato superato non solo dalla consapevolezza di quanto egli aveva detto ma specialmente per le numerose scuole di filosofia in tutte le parti del mondo ove si coltiva la speculazione di ogni tipo e non ci si ferma mai a risultati “definitivamente” raggiunti e se il problema causato dall’uso improprio del calcolatore è comunque aggirato da quei matematici, pochi a dire il vero ma comunque esistenti in ogni secolo, che affrontano la loro disciplina in forma creativa e senza bisogno di un controllo numerico. Se tutto ciò è vero, questo non si può dire ancora per il cosiddetto  “Computer” e per i suoi parenti prossimi quali il “Tablet” e lo “Smartphone”.

La loro utilità non si discute: abbiamo un mondo di informazioni inserite in oggetti comodi da consultare, possiamo informarci di ogni cosa o quasi, leggere giornali, libri recenti o antichissimi, testi in varie lingue, ricevere fotografie o inviarle, eseguire operazioni matematiche di ogni tipo, giocare dalla semplice scopa ai più complessi scacchi: un mondo, ripeto, di cui non possiamo più privarci a meno che non nascano altre macchine ancora più complete e più veloci.

Sono però due i pericoli che nel computer (parenti compresi). si presentano: entrambi pericolosi:

Il primo è noto a tutti: quanto viene scritto, anche se in apparenza segretato, invariabile, nascosto attraverso opportune parole segrete (password) variabili anche opportunamente nel tempo, può essere letto, svelato.

Qualche anno fa alcuni ragazzi (ragazzi!) riuscirono ad entrare, per gioco, nei messaggi segreti dell’ONU. Figuriamo se non sia possibile conoscere i  messaggi segreti che si scambiano i vari organismi di uno Stato nel suo interno, nel mondo politico o militare o tra i vari Stati. Si corre ben inteso ai ripari ma si cade nell’eterna lotta della corazza e della spada: ad ogni difesa ingegnosa segue una decrittazione ancora più ingegnosa e così via. Senza parlare della possibilità di annullare addirittura la capacità operativa manomettendo i vari circuiti.

Se fossero interessanti o pericolosi anche le nostre consuete messaggi tra amici, anche i nostri scritti (compreso questo mio di ora) potrebbero essere letti e magari divulgati. Fortunatamente la grande parte dei fruitori del computer non suscitano alcun interesse per cui possiamo, almeno ora, essere tranquilli. Ma certamente no gli importanti organismi commerciali o statali in senso vasto.

Il secondo pericolo dovuto alle capacità del computer è quello di fornire informazioni non sempre controllate e comunque congelate cosicché se ci si affida ad esse per darsi una certa preparazione, si rischia di dire cose ormai superate come accade talvolta nel servirsi di enciclopedie non aggiornate.

In una intervista tenuta a Catania nell’aprile del 2000 Ennio De Giorgi, matematico di fama mondiale[15], affermò rispondendo ad una domanda: «Io credo che il computer sia un ausilio utile per chi lo sa usare con una certa sicurezza e libertà o almeno per chi ha amici che lo sanno usare con sicurezza e libertà di immaginazione. È chiaro che il computer diventa dannoso se uno immagina che sia un sostituto della fantasia. La libertà della fantasia bisogna conservarla intatta e vedere nel computer un mezzo di verifica di alcune nostre ipotesi…»

D’altra parte, la presenza di uno strumento facile da consultare che risponde quasi su tutto, produce una pigrizia mentale che non consente una formazione culturale costruita con la dialettica, la critica, l’esame personale di varie opinioni sulle principali correnti del pensiero alla stregua della scrittura criticata da Platone.

Così il cerchio si chiude non senza la speranza però che, una volta esplicitati i pericoli insiti nell’uso eccessivo di uno strumento per altri versi molto utile e pratico, lo si possa dominare senza pericoli e si possano formare studenti maturi e dunque uomini e donne indipendenti da condizionamenti. Speriamo, ma ci credo poco.

                                            SILVIO MARACCHIA

 

[1] Prometeo, Secondo episodio, v. 459 sgg. (trad. di Ettore Romagnoli  in Le tragedie di Eschilo e Sofocle, Zanichelli, Bologna 1959, pp.  234-235)

[2]  Platone, Fedro, 274,c,d

[3] Si potrebbe trattare anche di Thamus  re di una città dell’Alto Egitto.

[4] Ivi 274 e; trad. di Giovanni Reale  (Platone, Fedro, Rusconi, Milano, 1993, p. 159)

[5] Ivi  274 e -  275 a ( ed. cit. pp. 159; 161)

[6] A titolo di curiosità  ricordiamo quanto scrisse Giovanni Vailati in una lettera (15/5/1897) all’amico Giulio Cesare Ferrari che aveva osservato come lo sviluppo dell’intelligenza tende a far diminuire l’importanza della memoria: «Ricorderai le riflessioni che si trovano in un dialogo, non mi ricordo quale, di Platone a proposito dell’invenzione della scrittura. Questa esercita sulla memoria lo stesso effetto come l’arte di cuocere gli alimenti sull’evoluzione (o meglio involuzione) del nostra apparato dentario» (cfr. Vailati. Epistolario, Einaudi, Torino, 1971; p.  68».

[7] Cfr. Tutto Platone,Laterza, Bari, 1966, Vol. II, p. 1077.

[8] Notiamo a questo proposito che  il filosofo Emanuele Severino non è dell’opinione del Reale ed espresse questo suo dissenso in una sua recensione dell’edizione del Fedro apparsa sul Corriere della Sera (8/9/1993). Devo dire che da parte mia non considero molte convincenti le obiezioni del Severino, ma non è qui il luogo per entrare nella polemica.

[9] Trad. di Mazzino  Montinari, Adelphi, Milano, 19795, vol. I. p. 42.

[10] M. Baldini, Storia della Comunicazione, Newton, Roma, 1995; pp. 35 sgg..

[11] Si tenga presente, ad esempio, che l’edizione delle opere di Platone in due volumi, pubblicata da Laterza nel 1966, risultano di oltre tremila pagine tenendo conto del solo testo.

[12] Come dire, aggiungo oggi io, calcoli (esatti) fatti a penna!

[13] Faccio riferimento all’edizione apparsa in italiano nella rivista Scientia, Il Mulino, Bologna, 1981.

[14]  Il racconto si trova nel secondo dei cinque volumi presenti on-line.

[15] Ennio De Giorgi (1928-1996), socio dell’Accademia dei Lincei e di molte altre Accademie, ha ricevuto varie lauree honoris causa tra cui quella assegnatagli dalla Sorbona di Parigi; egli è noto nel mondo matematico per svariati e importanti risultati ottenuti in vari campi della matematica ma è  noto soprattutto per aver completato (1957) la soluzione del 19° problema di Hilbert enunciato nel 1900 che lo inserì tra i maggiori matematici del secolo.

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