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La Grotta di Pair-non-Pair

La prima testimonianza di una liturgia della luce lunga 300 secoli

Gli uomini, a differenza di tutti gli altri, possono utilizzare la loro breve vita corporea dotata di una coscienza intellettuale per tentare di uscire dalla caverna, allo scopo di non rientrare in un’altra e successiva caverna nella sequela senza fine delle nascite e morti rinascite e rimorti che costituiscono il samsara. In India come altrove d’altra parte l’uscita della caverna cosmica è considerata collocata al polo Nord. 
Gian Giuseppe Filippi: Le porte solstiziali ed equinoziali

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L’Ade  è lo spazio stesso della caverna, è lo squallore infero della città dove i prigionieri conducono la loro esistenza, senza sapere che quello che chiamano vita è uno stato uguale alla morte, senza sapere che tutto ciò per cui disputano e contendono aspramente, tutte le distinzioni e gli onori cui ambiscono non hanno alcuna consistenza di verità, Larve, spettri, teste senza forza – come direbbe Omero - sono, in realtà i cosiddetti vivi
Davide Susanetti

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L’anima può via via risalire nella gerarchia degli stati di liberazione fino a uscire completamente dal ciclo delle nascite e delle morti se si separa completamente dal corpo e dal mondo e attinge alla perfetta contemplazione del Bene.
L.M.A. Viola 


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Stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita e pochi sono quelli che la trovano
Mt 7, 14

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Abitando sin nella nascita nella caverna città, l’anima è gravata dai pesi del "mondo del divenire, dalla zavorra di un’esistenza che la storce e la costringe a guardare verso il "basso", dal turbine delle sensazioni, passioni e consuetudini che la portano a ignorare se stessa. Nell’antro delle ombre, col passare del tempo, la sua natura viene sconciata e, per così dire "sfranta" e "mutilata", come un coro cui vengono tagliate le membra o cui venga impedito lo sviluppo cui è destinato, Alla fine la psyché appare pressoché irriconoscibile tanto è stata alterata dai mali.
Davide Susanetti

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Quest'attività non richiede molto tempo per essere compiuta come invece molti credono: è anzi la più breve che si possa immaginare. Non è più breve o più lunga di un attimo il quale secondo la definizione dei sapienti nella scienza dell’astronomia, è la più piccola unità di tempo: così piccola da essere indivisibile e quasi incomprensibile (l’originale ha athomus , atomo, il batter d’occhio della Bibbia greca. Nel latino medioevale indica la più piccola unità di tempo, fissata poi nell’equivalente di 15/94 di un secondo. L’italiano "attimo" deriva appunto dal greco attraverso il latino tardo atomum.        
Nube della non conoscenza

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Nel 1947 fu pubblicato con il semplice titolo "Le simplegadi" un memorabile articolo di Ananda K Coomaraswamy. Si tratta di uno scritto che riveste un’enorme importanza per lo studio comparato delle religioni e rappresenta un contributo essenziale per una corretta comprensione di quella impostazione metodologica di ricerca che si situa nel solco della riscoperta della Tradizione primordiale, quasi a costituirne uno degli imprescindibili elementi fontali. 
Tale intervento, che compare come penultimo nell’ordine degli articoli del libro Il grande brivido, che riunisce, tematicamente ordinati, taluni lavori dell’autore cingalese, è strettamente correlato al successivo scritto Svayamatrinna: Janua Coeli, così da formare quasi un tutt’uno con l’altro, anche se, nell’ordine di pubblicazione lo studio citato, è precedente risalendo al 1939. Premesso ciò, considerato altresì che l’autore è deceduto nel 1947, si può ritenere che tale articolo corrisponda alla fase più matura di Coomaraswamy ed esprima, con grande ricchezza di dettagli e nel miglior modo, la sue convinzioni in materia di perennialismo, convinzioni maturate nel corso della sua vita di studi e in cui più volte l’autore si è reso conto di inciampare nello stesso pattern mitico, contraddistinto da specifici simboli tutti costantemente incentrati sul tema del “passaggio pericoloso”.
Del resto, senza per questo voler essere sistematici, ulteriori contributi al tema delle simplegadi possono trovarsi sia in un altra raccolta dello studioso, e cioè il recente (per l’Italia) La tenebra divina (che già dal titolo sottende l’allusione implicita al tema delle “porte cozzanti”), sia nel volume Tempo e Eternità, sia altrove seppur esplicitati in maniera più accennata. 
Coomaraswamy, per togliere ogni dubbio sulla sua impostazione di ricerca,  convoca proprio sant’Agostino a suffragio della bontà delle proprie argomentazioni, una riflessione del padre della Chiesa come pietra angolare della sua costruzione teoretica: ”La filosofia metafisica è chiamata “perenne” per la sua eternità, universalità e immutabilità: è la Sapienza increata che è tale perché sempre fu, e tale sempre sarà” dice sant’Agostino: è la religione che, come egli dice ancora, ricevette il nome di Cristianesimo solo dopo la venuta di Cristo. Ciò che fu rivelato in principio contiene implicitamente tutta la verità; e fintanto che la tradizione è trasmessa senza deviare, fintanto, in altre parole, che la catena dei  maestri non si interrompe, non esiste possibilità di incoerenza e di errore”   (A. K. Coomaraswamy, 1987 31).  

In definitiva quindi il nucleo degli scritti, oggetto dell’attenzione in questa circostanze, si pone sotto la protezione delle parole del vescovo d’Ippona che lo legittimerebbero pienamente nella sua ricerca comparativa. Il tema delle simplegadi è, quindi, da considerarsi come una delle indagini più rilevanti nella pubblicistica dell’autore, lo stesso in sé della sua attività, soprattutto per i germi che esso contiene in nuce e che attendevano di essere sviluppati giunte le circostanze propizie. 
La diffusione del tema ha, infatti, aperto dei nuovi orizzonti comparativistici alla materia oggetto di disamina, che possono, per le numerose conseguenze  che questi contenuti trascinano, portare a conclusioni che si potrebbero definire, seppur parola abusata, davvero “rivoluzionarie”, in ordine alle conoscenze del nostro più remoto passato nell’ottica inquadrato in quella concezione denominata “evoluzione regressiva” che tende a individuare il tracciato catabasico della parabola spirituale umana lungo l’apparente scorrere del tempo. 
In effetti la bontà delle argomentazioni contenute della disamina dello studioso è stata successivamente inverata da nuove acquisizioni tratte genericamente dall’archeologia, testimonianze che tendono a dimostrare come l’ampia e variegata mitologia delle simplegadi sia stata supportava una correlativa attività rituale e, pertanto, come conseguenza scaturente da queste ulteriori contributi, non può che attribuirsi un valore davvero provvidenziale alle primigenie intuizioni in materia.


A queste nuove possibilità, a questi ulteriori sviluppi che perfettamente si agganciano alla materia descritta e ulteriormente la definiscono, vogliamo offrire, nei limiti delle nostre possibilità, un modesto ma convinto contributo prendendo spunto da un territorio di ricerca complessivamente ostico qual è l’alta preistoria e, più precisamente, il paleolitico superiore. 
La rivisitazione integrale dei temi preistorici, compiuta negli anni successivi alla morte dell’autore, ha comportato che alcuni elementi della materia si trovino a incastonarsi perfettamente nel tessuto connettivo delle innumerevoli varianti in cui il mito delle simplegadi è articolato, qualunque sia la gradazione  geografica o temporale in cui il genoma essenziale si rivela al suo interprete. 
A questa schematizzazione introduttiva si dedicheranno alcune delle  successive pagine.


Prima di procedere però è necessario comprendere più da vicino il mutato orizzonte in cui gli eventi si collocano e, in particolare, il deciso cambiamento d’approccio al tema preistorico del mondo degli studi, terreno di perlustrazione privilegiato nella circostanza per un mito di comprovata antichità. Questo decisivo cambio di paradigma ha consentito di proporre soluzioni interpretative  che solo vent’anni fa sarebbero risultate impensabili.  
Allo stesso modo risulta congruente prendere in considerazione un altro elemento che contribuisce a dare sostegno alle presenti argomentazioni. Esiste oggi un vasto movimento di studiosi che sono ben propensi ad affrontare lo studio della spiritualità della preistoria in una prospettiva emica.
Infatti, se nella metà del secolo scorso gli archeologi, e diciamo in generale i preistoricisti, credevano che la vita spirituale dei popoli antichi fosse una delle  componenti più indefinibili e pertanto inavvicinabili di una cultura (C. Hawkes 1954 : 162) e che, per conseguenza,  essa non fosse suscettibile di possibile indagine, oggi l'archeologia tende ad andare oltre lo studio della materialità dell'esistenza umana e cerca di penetrare in profondità in una mente e, magari, in un’anima dalle poliedriche possibilità. 
Con un diverso approccio quindi gli studiosi hanno ampliato lo spettro delle loro esplorazioni del passato; nuovi soggetti sono stati aggiunti alla corrente agenda di ricerca, alcuni che vanno ben oltre la sfera della cultura materiale, come, appunto, è lo studio della spiritualità antica.  
Non solo. Sono ben noti i contributi ultradecennali di Julien Ries ed Emmanuel Anati a questo orientamento di lettura spirituale delle testimonianze arcaiche, ma, oltre a costoro, sono numerosi ormai  gli studiosi che volgono lo sguardo alle origini senza essere frenati da pregiudizi evoluzionistici circa il riconoscimento di capacità intellettive elevate a questi remoti antenati. 
Se si pensa che fino a pochi anni fa una studiosa di calibro internazionale come  Annette Laming Empereair poteva demolire, come ci racconta Antony Aveni in un passaggio, le “scandalose” prospettazioni dell’“americano” Alexander Marschak sui calendari lunari aurignaziani utilizzando presunte deficienze intellettive dell’uomo arcaico (“… perché i detrattori di questa tesi sostenevano che la registrazione abituale di dati sul calendario non e compatibile con quanto sappiamo sul livello di intelligenza di queste popolazioni arcaiche” (Antony Aveni: 1993, 81),  ebbene, è il caso di dirlo, da allora, in senso opposto, se n’è fatta di strada! 
Questo recente tipo di approccio si interroga in ordine alla possibile praticabilità di un’esperienza spirituale profonda dei nostri antenati ponendosi  tra le altre le seguente domande: quanto della spiritualità del passato è ancora accessibile alla nostra comprensione oggi, sottratta all’osservatore la lente deformante posta dalla modernità sul passato? 
Si possono ricostruire contesti artificiali che permetterebbero la ricreazione della condizione fenomenologica analoga all’originale? Sono domande importanti, anzi davvero fondamentali, cui non è dato rispondere in maniera semplicistica, tuttavia si vuole qui cogliere un passaggio di straordinaria importanza proveniente dal noto preistoricista Jean Clottes che, in un’intervista contenuta nella pellicola di Werner Herzog Cave of Forotten dreams,  ha affermato la necessità di rivisitare il concetto di homo sapiens sostituendo il termine “sapiens” con quello di “SPIRITUALE”, affermazione lapidaria che ci appare come il migliore viatico per entrare finalmente nella polpa dell’argomento prescelto, visto che proviene da un “moderno”, non prima di aver menzionato, per equità, il nostro grande Tommaso Campanella filosofo e teologo di spessore infinito. Panunzio ci porge uno dei pensieri essenziali del domenicano, che possiamo annoverare tra i seguaci della Tradizione primordiale, e lo studioso lo esprime con queste parole:

“Secondo Campanella, l’uomo primitivo disponeva di un intuito detto ’sensus inditus’ (innato); con l’avanzare dei millenni questa facoltà spontanea regredisce, mentre si afferma l’uomo razionale che ha delle cose, un’esperienza più indiretta e fallace. Nell’uomo civilizzato si perde, così, il contatto con l’universo sottile (magico) e con Dio (richiamando Eliade e il suo ‘Giornale,’ vedi infra n.d.r.), talché il suo senso inditus diviene latente, nascosto, offuscato; esiste sempre, ma è, ormai, un sensus abditus” (S. Panunzio 2004,122).
A questa possiamo accostare un’altra riflessione:”  Come sappiamo, la Creazione rimane la stessa; è l’uomo che perde l’occhio della contemplazione e che, da un certo momento in poi vede tutto deformato.  La Creazione si ispessisce si solidifica ma solo impropriamente; sono gli organi umani che non sanno più trasfigurarla. In questo stesso senso la “fine del mondo” e “in nuovi cieli e la nuova terra” sono la fine dell’errore e dell’illusione, dell'ottenebramento e dell’ispessimento. La fine è una grande trasfigurazione universalmente  valida”(S. Panunzio 2014 vol.1° 169).  
Per conseguenze si stabilisce una sorta di gerarchia: l’uomo preistorico è essenzialmente spirituale e semmai, in conseguenza di ciò, è sapiens e lo è perché, prima di ogni cosa,  egli è essenzialmente un contemplativo. 
Ciò partendo da questo punto fermo, che riassume quanto già in passato illustri studiosi, che Coomaraswamy aveva menzionato nel suo scritto a suffragio della retrodatazione del mito nella profondità stesse della preistoria, avevano indicato circa la predetta condizione spirituale originaria, realizzando, per giunta, l’uomo moderno un allontanamento, una dissipazione di queste sue potenzialità originarie nel senso appena visto in Campanella. 
Annotava appunto Coomaraswamy: “Questa considerazione non presenterà alcuna difficoltà per antropologi come padre W. Schmidt, Franz Boas, Paul Radin e Josef Strzygowski, che non vedono alcuna differenza tra le capacità mentali dell’uomo primitivo e quelle dell’uomo moderno il quale, se anche è capace di una visione tanto astratta non ha assolutamente nessuna inclinazione a essa, e di certo non fonda su di essa la sua arte e la sua letteratura". (A.K. Coomaraswamy:1983, 428 nota 22).
In un altro lavoro abbiamo parlato a lungo della complessità dei calendari aurignaziani di Sergeac e Lartet, summa veramente prodigiosa di sapere osservativo e di capacità annotazionali. Si tratta di oggetti minuscoli posti in essere in difficili condizioni climatiche dai nostri predecessori, che rivelano una straordinaria relazione tra l’inaugurazione del ciclo metonico, alla vigilia dell’equinozio di primavera, che coincide con l’apparizione ierofanica del salmone “regale” nei corsi d’acqua frequentati dai nostri predecessori nella regione della Vézère.
Qui, a proposito di capacità mentali, che appunto riflettono una retrostante ricettività  spirituale, sarà utile fornire un ulteriore contributo offerto dalla consultazione dell’articolo “Phehistoria de la matematica y mente moderna pensamiento matematico y recursividad en il Paleolitico  franco-catabrico” di cui sono autori Francisco A. Gonzales Rotondo, Manule Martin Loeches  e Enrique Silvan Pobes. L’argomento è collaterale ai nostri intendimenti espositivi  è però rilevante il valore che alcuni sottovalutati e declassati  documenti preistorici possono mostrarci in relazione alle capacità analitiche dei nostri predecessori. 

1112 FIG1 astabrasempFig. 1

In pratica nella circostanza si tratta di una serie di incisioni prodotte su delle ossa preistoriche che hanno la caratteristica di essere raggruppate per sequenze significative e certamente affatto casuali. Per esempio sull’asta ossea di Brassempouy la sequenza numerica registrata tramite incisioni raggruppate secondo il seguente ordine 1, 3, 5, 7, 9 sta a rappresentare evidentemente la sequenza dei primi numeri dispari di cui 3 e 7 occupano la parte superiore e 5 e 9 quella inferiore mentre l’uno è coricato orizzontalmente tra le due sequenze. Questa composizione offre la possibilità di diverse combinazioni incrociate su cui non ci inoltriamo ma che avrebbe dovuto recare specifici significati per i  nostri antenati.        .  

Il mito delle simplegadi 

Il mito delle simplegadi sembra nascere come rimedio a un evento catastrofico primordiale e l’evento primordiale spirituale per eccellenza è la frattura che si si consumò illo tempore quando “Cielo e Terra” si separarono dando luogo a quella variabilità conosciuta come “tempo” 

1112 FIG2 scansione1

Fig. 2

Le conseguenze di questa “caduta” o “cacciata” dal carattere mitologicamente ubiquitario, occupano  lo spazio di moltissimi studi che qui non è il caso citare anche perché il lettore di argomenti tradizionali è ben a conoscenza delle fonti cui attingere. 
Tuttavia in relazione alla circostanza della iniziale e irrimediabile frattura di Cielo e Terra, che si traduce nella trascendenza di Dio,  non possiamo non richiamare alcuni riferimenti in ordine alle conseguenze che produsse tale primigenia separazione. 
Sostando nell’ambito della tradizione ebraico-cristiana, possiamo leggere una riflessione proposta da Elio e Ariel Toaff, eminenti personalità della cultura ebraica, che hanno scritto un notevole commento allo Zohar o “Libro dello splendore” in cui gli elementi interpretativi essenziali suggeriscono  indirettamente anche possibilità operative di restaurazione dello stato edenico, non certo oggetto delle presenti considerazioni. 
In questo studio i due commentatori richiamano la dinamica caduta delle origini e il conseguente “addensarsi” del mondo e lo fanno incisivamente con queste parole:

La colpa di Adamo, interrompendo il naturale flusso creativo nella natura, ha provocato il suo allontanamento dal creato. Dio è divenuto così trascendente e il mondo è andato differenziandosi, sfumando e stemperando sempre di più il proprio “colore” divino. Nell’Eden infatti la realtà non era materiale e solo la colpa di Adamo l’ha fatta precipitare dal livello spirituale a quello sensibile” (dal commento introduttivo a “Il libro dello splendore” di Elio e Ariel Toaff, pag. XX).


Mircea Eliade ha fatto di questo momento topico il nocciolo della sua ricerca complessiva, snodatasi in decenni di incessanti studi. Da essa si sono poi generate le migliaia di pagine prodotte nel corso degli anni dal celebre ricercatore incentrate costantemente su tematiche storico – religiose, a volte anche efficacemente incapsulate in forma romanzata. Malgrado la copiosità della sua produzione alla fine della sua carriera Eliade, colto dallo scrupolo di non essersi espresso sul tema con sufficiente chiarezza, annotò sul suo “Giornale” una riflessione che ha quasi il sapore di una confessione. Tale riflessione sembra esprimere quasi la preoccupazione di un bilancio in perdita della sua carriera di storico e fenomenologo delle religioni riproponendosi in quelle pagine il nodo essenziale della sua ricerca: “Sfoglio oggi il mio ‘Trattato’ soffermandomi soprattutto sul lungo capitolo sugli dèi del cielo; mi chiedo se il messaggio segreto del libro sia stato capito…i miti e le ‘religioni’, in tutta la loro varietà, sono il risultato del vuoto lasciato nel mondo per essersi il dio ritirato, trasformato in Deus Otiosus e scomparso dall’attualità religiosa… ma si sarà capito che la “vera” religione inizia solo dopo che Dio si è ritirato da mondo? Che la sua trascendenza si confonde e coincide con il suo eclissarsi?… (dal “Giornale” dell’8 novembre 1959 di Mircea Eliade)
1112 FIG3 solstizio

Fig.  3

In conclusione di questo paragrafo si può dire in forma di efficace semplificazione che al tema catabasico della “discesa” si contrappone il tema della “risalita”, possibilità anagogica offerta in ogni latitudine dai contenuti del mito delle simplegadi in quanto esso suggerisce una necessaria corrispondente attività rituale che conduce  al ristabilimento di una condizione perduta, elemento di cui ci occuperemo nelle successive pagine.  

-Alcuni pattern del tema distinti per ambiti geografici  
Il core del mito delle simplegadi si fonda sul superamento di un passaggio reso difficilissimo dalla presenza di una “soglia” mobile e stritolante che fa da ostacolo alla comunicazione tra i due ambiti, un passaggio che sembra possa essere superato solo da un predestinato, da un “eroe”. 
Questo ostacolo ha una natura non solo pericolosa ma addirittura ferale ed è variamente rappresentato a seconda dei contesti storico culturali nel quale il mito, dispiegato in una lunghissima cronologia temporale, è chiamato a esercitare la sua funzione. 
Abbiamo così il tema due montagne tra loro cozzanti, delle due porte identicamente sbattenti, delle due lame, dei due scogli, due isole, due mascelle etc. 
Questa porta attiva con i suoi battenti stritolatori dell’incauto  impone che “per passare in mezzo ai quali occorre scoprire da se stessi i mezzi per farlo”, costituisce la quintessenza “di quelle forme mitiche di quel passaggio prodigioso oltre il quale sta l’oceano, l’isola dei Beati, il regno dei morti”.

1112 FIG4 22
Fig 4

La porta attiva, in altre parole, separa il mondo della conoscenza empirica, duale, dall’aldilà spirituale le cui caratteristiche non possono che risultarci  incomprensibili nella prigionia della condizione umana. Un “velo” separa i due stadi, come scrive l’anonimo autore della Nube della non conoscenza.” Quando dico oscurità, voglio dire mancanza di conoscenza; allo stesso modo  tutto ciò che non conosci o che hai dimenticato ti è oscuro perché non lo vedi con l’occhio dello spirito. Per questa ragione si chiama nube, ma della non conoscenza, che si trova fra te e il tuo Dio” (1998, 32).

Una “nube” che il nostro filosofo Silvano Panunzio ha più volte fatto corrispondere all’atrofizzazione del terzo occhio, quell’organo contemplativo unificante, denominato, appunto, nel periodo precedente occhio dello spirito, che si è chiuso progressivamente dopo la cacciata edenica e il suo epilogo post noachita; eventi paradigmatici propri dell’evoluzione discendente secondo la precisa indicazione della locuzione guénoniana (e panunziana). Un occhio che possiamo accostare al senso complessivo del mito, potendosi immaginare che esso costituisca una sorta di porta solare individuale. 
   
Le caratteristiche che separano il “qui” conosciuto con l’”aldilà”  “presuppongono  l’antica credenza popolare in cui una via d’accesso all’altro mondo  formata da due pareti rocciose che cozzano l’una contro l’altra”. Le Planktai Petrai sono, in altre parole, i battenti della porta d’Oro, della Janua coeli di cui secondo la tradizione cristiana, san Pietro, incaricato dal figlio dell’uomo, è ora il guardiano, superata la quale si è nel “Regno dei cieli”.

1112 FIG5 800px St. Uriel St Johns Church Boreham1112 FIG5 Uriel
Fig. 5 (due immagini)

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