La paleoastronomia, l’ultima frontiera

Cheremone l’egiziano e altri presuppongono che nulla preceda i kosmoi visibili, e interpretano gli dèi egiziani come nient’altro che i pianeti e le figure zodiacali come paranattellonta… i loro miti indicano i periodi di visibilità e invisibilità delle stelle, la loro levata eliaca, le fasi lunari, o il transito del Sole attraverso le posizioni della sfera

(Porfirio)

 

Macrobio ci assicura che i geroglifici avevano un significato [astronomico] e la nostra conoscenza del genio egiziano, ancor più della testimonianza di Macrobio ce lo garantisce. Perciò preferirei riconoscere che non siamo ancora riusciti a scoprirlo, piuttosto che supporre che non ne abbiamo alcuno. I simboli tracciati nello zodiaco si sono conservati intatti per troppi secoli in troppi popoli per potere credere che si tratti di segni arbitrari

(Charles-François Dupuis L’origine di tutti i culti)  

 

Appena dopo essere nata l’archeoastronomia ha già figliato due discipline collaterali ovvero l’etnoastronomia e la paleoastronomia, e con la prima delle due è spesso gemellata la seconda come studio dell’astronomia presso le popolazioni a livello etnico, ossia lo studio dell'osservazione del cielo nelle società cosiddette primitive contemporanee (esempio i Dogon che hanno un osservatorio megalitico su monte Gurao).

E’ questo comunque un bel passo in avanti in questo studi, perché la stessa archeoastronomia rischiava di rimanere senza copertura scientifica se, come ci ricorda l’ottimo Enrico Calzolari, di recente scomparso e grande benemerito in questo settore di studi, avesse prevalso l’atteggiamento che si può leggere in queste righe: “nel corso del Congresso Internazionale INSAP III (The Inspiration of Astronomical Phenomena) tenutosi a Palermo dal 31.12.2000 al 06.01.2001 il prof. Maurizio Tosi dell”Università di Bologna ha affermato che l”archeoastronomia non esiste, in quanto è stata una emanazione del potere sacerdotale. Nella raccolta degli Abstracts non era disponibile il sunto dell”intervento, a titolo ”Stars, space, time in evolving prehistorical human societies”- in quanto ”Abstract not available”. Il diniego dello studioso bolognese come ognun vede riposava tutto sull’evidente pregiudizio marxiano che faceva da base alla sua intransigente dichiarazione.  

Per essere chiari invece, in ordine all’autonomia della disciplina paleoastronomica, riportiamo cosa scrisse il predetto Calzolari per connotare esattamente l’impiego che riveste tale termine nei suoi testi e nelle sue conferenze e che anche qui, convintamente, si adotta.

Egli, per tale definizione, prese spunto dagli Atti del convegno dal titolo Storia dell’Astronomia Antica e Astronomia Storica, indetto dalla Società Italiana di Archeoastronomia presso l’Osservatorio Astronomico di Padova nel settembre 2001. Qui un noto luminare della ricerca, il professor Giuliano Romano, uno dei primi cultori di questa disciplina in Italia, sostenne la necessità di usare il termine archeoastronomia limitandone l’impiego soltanto in riferimento alle conoscenze di popoli antichi che utilizzavano la scrittura (ad esempio i Calendari della civiltà Maya) e per questo Enrico Calzolari ne trasse come conseguenza che “l termine paleoastronomia debba essere usato per lo studio delle conoscenze di astronomia possedute dai popoli che ancora non possedevano la scrittura.”

A questo punto negli studi si genera un’ulteriore biforcazione occorrendo distinguere una paleoastronomia neolitica da un’altra relativa al paleolitico, argomento di super nicchia, venuto prepotentemente alla ribalta in questi due ultimi decenni. Chissà se con il progredire degli studi non si dovrà aprire un ulteriore nuovo capitolo di questo libro ancora in fieri, aggregando il paleolitico medio e il suo tipo umano, ovvero l’uomo di Neandhertal e di Denisova, tra i nuovi astronomi dell’età della pietra (un indizio già ci sarebbe la straordinaria sepoltura multipla di La Ferrassie)

Il “vecchio” Leo Frobenius aveva comunque preceduto tutti quando, nell’ormai lontano 1933, scrisse profeticamente, in quello che può considerarsi il suo libro principale Storia della civiltà africana, assai apprezzato dal de Santillana, che: “la caverna era la naturale dimora della rappresentazione notturna del cielo stellato“ aggiungendo “che le immagini degli animali rappresentavano un’allegoria dei corpi celesti”. Allo stesso modo, ad andare ancor più indietro nel tempo, fu l’enciclopedico Charles François Dupuis che, nel geniale e anticipatore libro l’Origine di tutti i culti, affermò inequivocabilmente che il moto della precessione è stato l’origine di tutti i miti e che per questo la mitologia si traduce in un’opera di scienza, un apparato di espressioni tecniche di cui solo una scienza risuscitata, secondo le antiche regole interpretative, riuscirà a spiegare i contenuti. Una scienza, aggiungiamo, al servizio però di qualcos’altro e non solo di se stessa.

In Italia esistono meritevoli ed avanzati studi dedicati alla paleo astronomia neolitica e all’archeoastronomia in genere. Le ricerche condotte da Edoardo Proverbio, che è stato direttore dell’Osservatorio astronomico di Cagliari, sono solo un esempio pionieristico del grande lavoro fatto da italiani anche sul territorio italiano che, pur non vantando in genere emergenze megalitiche spettacolari, né caverne decorate minimamente paragonabili a quell’oltralpe, è comunque ricchissimo di siti sapientemente orientati anche nelle civiltà storiche. Vogliamo solo ulteriormente menzionare, senza criterio di merito, che non abbiamo certo la qualificazione ad attribuire, il nostro attivissimo e benemerito Adriano Gaspani, Guido Cossard e gli eccellenti studi di Giuseppe Sermonti, il già citato Calzolari. Molti altri ricercatori dovrebbero essere nominati, la scelta è ricaduta su quelli le cui opere si sono con più frequenza consultate senza per questo offrire minimamente un criterio di qualità.

In ogni caso non è determinante adesso entrare dettagliatamente nell’argomento in considerazione che nella circostanza ci occuperemo esclusivamente di Lascaux che è un sito inquadrato nel Paleolitico superiore e su cui convergono da tempo gli studi. Non dovrebbe essere quindi ‘blasfemo’ riunire e coordinane Frobenius con Dupuis, entrambi menti dalle eccezionali intuizioni, e farli idealmente incontrare davanti la porta accesa alla luce del tramonto di Lascaux in una sera d’inizio estate affinché essi trovino esperienziale conferma delle loro lontane intuizioni.      

Esiste un gruppo di ricercatori che hanno dato prima nascita e poi un notevole impulso agli studi paloastronomici focalizzandosi proprio su Lascaux, indirizzando così l’attenzione internazionale su questo sito in virtù di una sua vocazione astronomica scaturente in primo luogo dalla collocazione geografica dello stesso, li nominiamo alla svelta: si sta parlando Franklin Edge e di Michael Rappenglueck

Separatamente trattiamo ora di Chantal Jegues Wolkievietz, che ha dato il maggior contributo di pubblicazioni dedicate alla disciplina e frutto dei suoi studi personali in loco, arricchendosi ogni anno la sua bibliografia di nuovi apporti dedicati a questo nuovo e affascinante tema. La sua ispirazione di ricerca è dichiaratamente eliadiana e questo spinge la ricercatrice sempre verso la direzione d’una interpretazione spirituale della ricerca, il cui dato materiale fa da supporto, ma ciò non toglie i suoi studi siano sostenuti da uno strumentario tecnico standard per tale tipo di ricerche e quindi da dati osservativi all’apparenza irrefutabili.

L’esame ‘esperienziale’ dei calendari lunari di Sergeac e di Lartet dell’abri Blanchard, già studiato in forma embrionale dal Marshack, rappresenta la perfetta dimostrazione dell’accuratezza scientifica con la quali si sono posti certi stupefacenti risultati, relativi   al ciclo metonico lunare, all’attenzione del mondo scientifico.

Questo come premessa introduttiva.

A questo punto si dovrebbe ripartire da dove eravamo rimasti cinque anni fa, ovvero al momento in cui l’esame di Lascaux ha consentito di affermare che il complesso dell’opera è completamente dedicata al Cielo e quindi al Sole e ai suoi fenomeni ‘estremi’ solstizi e equinozi, al movimento della precessione, nonché alla Luna colta ai lunistizi estremi inferiore e superiore, mentre tutto il sistema rappresentativo ruota intorno all’axis mundi rilevabile nella grotta, così come è iconograficamente rappresentato dagli animali vorticanti nel quarto pannello del salone nero di Niaux. Non per nulla il sottotitolo del suo testo è Argomenti cosmografici per la comprensione della struttura dell’arte rupestre ed è per questo che appaiono particolarmente incisive le parole con cui il ricercatore Dragos Gheotghiu ha benedetto la triangolazione propria degli studi recenti dell’autrice, arte rupestre - sciamanesimo – astronomia con questa formula: ”Gli animali analizzati nell'iconografia, siano essi mammiferi, uccelli o pesci metafore o allegorie con il ruolo di "quadri di riferimento" che consentono di visualizzare "l'ordine di mondo”, cioè i punti cardinali, l'asse del mondo e del Tempo, spingendo le costellazioni a muoversi "in una truppa come animali". Visti dalla prospettiva spirituale di una creazione sciamanica o magica, gli strumenti di misurazione del tempo che sono rappresentati in queste grotte con immagini dipinte o incise ci mostrano una nuova dimensione della spiritualità paleolitica e in particolare dello sciamanesimo aprendo nuove direzioni ricerca sull'esistenza umana e sul fatto "di essere nel mondo” e "di orientandosi" nel mondo”

Pair non pair premessa di Lascaux

 

Il noûs paterno inseminò simboli attraverso il cosmo, lui che intuisce gli intuibili, quelli che sono detti bellezze ineffabili...” e così il frammento 97 : “Levandosi in volo, l’anima dei mortali in sé stessa serrerà il dio, e senza conservare nulla di mortale dal dio è inebriata tutta quanta. Si gloria di armonia: sotto di essa dimora il corpo mortale...” (Frammenti degli oracoli caldaici tradotti da Angelo Tonelli)

 

La Wolkiewiez ha ripreso nel suo recentissimo libro Lascaux e le ciel de la prehistorie l’esame di una delle composizione i più arcaiche dell’arte parietale risalente all’esordio dell’Aurignaziano e quindi, approssimativamente, addirittura a 38.000 anni fa. Il sito è situato in una grotta francese dell’Aquitania - Gironda e denominato Pair non pair ed è collocato alla latitudine ‘fatale’ di 45°.

L’antro, orograficamente piuttosto superficiale, fu studiato da l’abbé Breuil che trovandosi di fronte a un cavallo con la testa volta all’indietro, assumendo questo una posizione assai simile a quella dell’Agnello mistico, pensò bene di chiamarlo Agnus Dei e con questo nome l’immagine è stata segnata alla memoria dei posteri.

La suddetta ricercatrice ha cercato di dare nel suo ultimo libro migliore ordine a questa composizione molto confusa e apparentemente composta da più soggetti equini resi figurativamente in distinte ‘sineddoche visive’, traducendo tale molteplicità come la rappresentazione di un unico soggetto rappresentato in più movimenti. L’elemento peculiare è costituito dalla circostanza che la figura è bagnata dalla luce solare all’alba del solstizio d’inverno (a 124° di azimut), il che la rende fulcrale in relazione ad altre immagini presenti nella grotta

La totalità del movimento sarebbe quindi scomponibili in cinque passaggi che individuano esattamente il sorgere del sole al suo azimut pre e post-solstiziale Nella prima il collo è proteso in direzione sud, nella seconda il movimento del collo è meno teso, nella terza il cavallo gira la testa a sinistra ed è ora davanti alla porta del cielo e quindi il movimento dl collo prosegue a estendersi in direzione opposta in altre due stazioni ed infine l’ultima rappresentazione sarebbe l’emblema del risalire del Sole dal fondo della caverna. In sintesi si tratterebbe di una rappresentazione temporale del levarsi solstiziale invernale dell’astro reso in sequenza diacronica come cinque fotogrammi dello stesso film.

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Fig. 4

Cavallo in movimento a Pair non pair all’alba del solstizio d’inverno

L’apparente modesta grotta, quasi una buca sul terreno, somigliante più che altro a un tumulo preistorico, non impedisce a Pair non pair di contenere un altro segreto di enorme importanza per la paleoastronomia, un oculo sulla volta in cui si può contemplare il cielo circumpolare e quindi la polare d’allora (posta all’esatta mezzeria del cielo) e ciò dimostrerebbe, secondo la ricercatrice, la volontà d’incardinare precisamente il sito secondo determinate direzioni cosmiche fondamentali.  

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Fig 5

Il fregio completo di Roc aux sorcieres e la prima rappresentazione a testa capovolta  indicando esattamente l’azimut del solstizio invernale

Il paleolitico mantiene una unità culturale sorprendente, come nostrano i propri codici di comunicazione. Dopo 150 secoli ci troviamo di fronte a un altro prodigio figurativo: la processione delle figure del fregio di Roc Aux Sorciers, in cui però la modalità del racconto cambia, pur utilizzandosi gli stessi soggetti e soprattutto la stessa grammatica rappresentativa. Qui non c’è una figura in solitaria, cui viene artificialmente conferito un movimento temporale, ma una serie di figure rese in bassorilievo che si sviluppano su una superficie scabrosa di grande effetto scenico che ha fatto dire di questo luogo che può fregiarsi del titolo di Cappella Sistina della scultura della preistoria.

In questo prodigioso panorama di bassorilievi la Wolkievietz individua tre figure significative da porre in relazione al discorso astronomico che sorregge i suoi studi sull’iconografia preistorica. Per cui osservando il fregio la prima immagine partendo da sinistra per chi guarda si constata che anch’esso è un altro Agnus dei caratterizzato anch’esso quindi dall’insolita posizione della testa, mentre uno stambecco con la testa identicamente capovolta è collocato dalla parte opposta del fregio.

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Fig. 6, 6 bis Roc Aux Sorciers

Qui si mostra l’immagine della testa rovesciata del cavallo toccato dai raggio del sole solstiziale all’alba

Il fregio appartiene al tardo orizzonte solutreano-maddaleniano e anche qui gli autori hanno realizzato quest’opera poderosa alla latitudine geografica di 45°. Diversamente da Pair non pair qui abbiamo un nastro sulla parete, che tra l’altro è stata accuratamente preparata dagli antichi artisti solutreani per essere lavorata, i cui limiti di contenuto narrativo sono però ristretti in una forbice che va dal sorgere del sole al solstizio d’inverno a 124° al suo tramonto nello stesso giorno a 236° d’azimut.

Questi punti estremi, oltre i quali, all’interno il Sole non può andare nei momenti di levata e tramonto (nel senso che la forbice ideale non può essere più stretta di così), sono stati identicamente segnati i due Agnus dei, rappresentati dal cavallo all’alba e dallo stambecco al tramonto, come sopra accennato, sul cui simbolismo complessivo sarà bene consultare il libro dell’autrice.

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Fig 7

I tre busti di donna in grandezza naturale unici nel paleolitico

Nella esatta mezzeria dell’opera, alla culminazione del sole solstiziale invernale e quindi a sud, si trovano tre busti di donna dalla forte accentuazione vulvare. Come si vede complessivamente nei circa 18.000 anni trascorsi i punti di riferimento di questo lontanissimo mondo preistorico non sono mutati e sono legati costantemente ad alcuni momenti fatidici del moto del Sole e della Luna definiti dalla Wolkiewiez (porte del cielo, in realtà l’autrice parla di porte solo in funzione del Sole, ma nella tradizione induista, ad esempio, è presente anche la porta della Luna che concerne sempre uno specifico passaggio animico).

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Fig. 8, 8bis

Questa immagine dello stambecco è invece illluminata dai raggi del sole invernale al suo tramonto solstiziale, due punti estremi, quello invernale ed estivo, che non si possono valicare

Forti di ciò riserveremo nella terza e ultima parte tutte le attenzioni al più noto tra i santuari preistorici: Lascaux.

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