Frate Elia (c. 1180 - 1253), pur essendo uno tra i più interessanti personaggi dell’Italia della prima metà del ‘200, rappresenta a tutt’oggi una figura sulla quale non è ancora possibile dare un giudizio definitivo, in quanto le testimonianze sulla sua vita, le opere e gli interessi risultano molto scarse.

Per tratteggiare i punti salienti della vita di Frate Elia[1] ricordiamo che egli fu compagno e infermiere di San Francesco e amico personale del papa Gregorio IX e dell’Imperatore Federico II; come Ministro provinciale in Terrasanta pose le fondamenta di quella che sarà la Custodia Francescana per poi divenire il secondo Vicario di Francesco durante la sua malattia e, dopo la morte, il secondo Ministro Generale tra il 1232 e il 1239, periodo nel quale realizzò un primo ordinamento della struttura dell’intero Ordine; fu diplomatico per il Pontefice presso l’Imperatore e in seguito per l’Imperatore presso la corte di Bisanzio; infine va ricordato quale architetto o quantomeno ideatore delle due basiliche dedicate a Francesco ad Assisi e a Cortona, ma anche di strutture militari sulla testimonianza di Mariano da Firenze[2].  

La valutazione sulle sue azioni è spesso contrastante a seconda dei punti di vista di chi ne scrive, ma in particolare è ancora più controversa la sua attività come alchimista, negata ancora oggi da alcuni, da altri considerata una semplice curiosità scientifica o limitata ad interessi meramente terapeutici, in linea con quella che sarà l’attività di preparazione di sostanze farmacologiche mediante tecniche alchemiche da parte di numerosi suoi confratelli nei secoli seguenti[3].

Gli interessi alchemici di Frate Elia erano invece ben conosciuti dagli stessi contemporanei: Salimbene de Adam ne fece una delle tredici accuse (o ad essere precisi defecti) mosse contro di lui[4], accusa che per altro non rientrò tra quelle che portarono alla sua destituzione nel 1239 da Ministro Generale, in quanto a quel tempo l’Alchimia non era ancora arte proibita, perché la bolla pontificia Spondent quas non exhibent di Giovanni XXII contro coloro i quali praticavano la trasmutazione dei metalli in oro e argento fu emanata nel 1317 e solo dal 1396 l’Alchimia venne accusata di eresia da Nicola Eymerich, inquisitore del regno di Aragona, nel suo Contra alchymistas[5].

La testimonianza più importante circa l’interesse ma soprattutto l’operatività di Frate Elia come alchimista ci viene dal suo contemporaneo Michele Scoto, alchimista ed astrologo vissuto tra il 1175 e il 1235 o 1236, il quale operò alla corte di Federico II. Nella sua Ars Alchimiae[6] Michele Scoto scrive, a proposito del «magistero minore», di avere di persona sperimentato la tecnica che qui descrive e di «averla insegnata a Frate Elia»[7]; nel capitolo sulla dealbatio ci fa sapere che anche Elia era uno sperimentatore competente: «Pochi ho trovato che la sappiano fare ma vidi compierla da Frate Elia»[8]; infine nel capitolo sulla sublimatio dello stesso manoscritto riferisce di aver usato la tecnica di un «Balac saraceno» e di averla «trasmessa a te, Frate Elia»[9].

Possiamo quindi affermare che Frate Elia fu alchimista e conosciuto come tale già durante la sua vita, e non è possibile asserire che egli fosse semplicemente un semplice curioso o, peggio ancora, negare la sua attività come alchimista; anzi la Pereira lo pone insieme a Michele Scoto tra i fondatori dell’Alchimia occidentale europea: «Alla corte di Federico II il filosofo, astrologo e mago Michele Scoto compone la sua Arte d’alchimia, che insieme a testi attribuiti a Frate Elia… e ad altri anonimi costituiscono la prima produzione originale in lingua latina successiva alle traduzioni»[10].

I codici da noi individuati[11] contenenti opere alchemiche attribuite[12] a Frate Elia (trattati, singole ricette o raccolte, componimenti poetici, citazioni delle sue opere) sono al momento in totale 74 e in essi è possibile individuare copie diverse per titolo o forma del contenuto di almeno sette trattati, di quattro dei quali abbiamo pubblicato la trascrizione dai codici originali con traduzione e commento[13].

Per quanto concerne il Vademecum, in assenza di studi specifici su di esso si può solo ipotizzare che sia attribuibile a Frate Elia sia per il numero di manoscritti che riportano per mano degli amanuensi il suo nome, sedici sui venti finora conosciuti, ma soprattutto per il suo contenuto, che ha per centro la preparazione delle “acque”, tema secondo la Pereira[14] sviluppato in modo particolare dagli alchimisti francescani a partire dal Liber compostelle di Bonaventura d’Iseo, collaboratore di Frate Elia[15]: Elia invece mostra già nel Vademecum di conoscere molto bene la distillazione delle “acque” medicinali, ma il suo modo di operare differisce da quello dei suoi contemporanei, in quanto egli pratica la distillazione a partire solo da sostanze minerali e non vegetali o animali, come da Bonaventura e Ruggiero Bacone in poi erano usi fare gli alchimisti francescani, e non a scopo medicinale ma per la trasmutazione dei metalli, che devono essere “curati” della loro imperfezione trasformandoli in Oro o Argento, come si legge nello Speculum alchimiae[16] a lui attribuito.

Lo stesso utilizzo esclusivo di sostanze minerali nelle preparazioni si trova in un trattato scritto da  Raymundus Gaufredi, XIII Generale dell’Ordine francescano, tra la fine del 1200 e il 1310, anno della sua morte, il cui De leone viridi[17] (il “leone verde” è il nome dato dagli alchimisti al vetriolo), è coevo a quello di Palermo in cui si trova il Vademecum essendo il manoscritto più antico del XIV secolo[18].

Circa la possibile datazione del testo del Vademecum, quello di Palermo[19], uno dei quattro anonimi ma perfettamente coincidente con i testi a nome di Frate Elia, ci conserva nel suo incipit una frase che consente di avanzare un’ipotesi: l’amanuense scrive che un certo Buti aveva consegnato a suo fratello una copia appartenuta ad un «vescovo di Cervia», il quale era in possesso di «grandi ricchezze», forse sottintendendo che esse provenivano dall’oro che poteva produrre con processi alchemici[20]. Il Colinet[21] ne propone l’identificazione con il vescovo e frate domenicano Teodorico Borgognoni di Lucca[22], vescovo di Bitonto e poi di Cervia, il quale, essendo contemporaneo di Frate Elia (era nato a Lucca nel 1205 e morto a Bologna nel 1298), potrebbe essere stato in possesso di una copia originale del Vademecum poi trascritta nel codice di Palermo: se l’ipotesi fosse corretta ciò significherebbe che con il manoscritto di Palermo ci troveremmo di fronte alla copia più fedele dello scritto originario di Frate Elia.

Il Vademecum può sembrare un trattato di chimica metallurgica nel quale poco è lasciato ad una possibile interpretazione filosofica[23], ma ad una più attenta lettura si può rilevare come esso si svolga attraverso una serie di operazioni che seguono un preciso schema, dando sotto l’oscura forma delle cosiddette “ricette” le disposizioni per il passaggio attraverso le quattro “opere” dell’Alchimia (opera al Nero, al Verde, al Bianco e al Rosso) fino al compimento del lavoro di trasmutazione con la multiplicatio.

Cosa si intenda con “Alchimia filosofica” è argomento che non può essere trattato nell’àmbito di un articolo, ma che l’Alchimia non sia semplice pratica materiale o peggio ancora una sorta di protochimica[24] e abbia un significato anagogico nel significato dantesco del termine è affermato già dagli alchimisti alessandrini quale Zosimo[25] e poi da quelli bizantini a partire da Stefano d’Alessandria[26]. Che il Vademecum in particolare possa essere letto in questo modo lo conferma  indirettamente la Pereira[27]: «I pochi estratti che ne sono stati pubblicati [l’autrice conosce solo i frammenti riportati nel 1927 dalla Briggs[28]] mostrano l’uso di un linguaggio metaforico che, se il trattatello fosse davvero da attribuirsi ad Elia, sarebbe forse la più precoce testomonianza latina di questo tipo di scrittura».

Con questo non si vuole dire che il Vademecum, come altri testi di Alchimia, non abbia anche un significato metallurgico, che è la base dell’Alchimia spagirica minerale, ma sarebbe erroneo considerare quest’ultimo come l’unica chiave di comprensione dell’opera, poiché essa va letta avendo presenti le parole di Geber riportate nello Speculum alchimiae: «Ubi magis aperte locuti fuimus, ibi magis occulte, et ubi magis occulte ibi magis aperte»[29].

Esaminiamo in breve il senso sottinteso alle operazioni descritte nel trattato, avendo presente, come abbiamo detto altrove[30], che si tratta solo di una delle possibili interpretazioni, essendo l’Alchimia un’arte non soggetta alle leggi razionali delle scienze fisiche.

Il tema fondamentale è la preparazione delle “acque” e delle “pietre” che da esse hanno origine attraverso una serie di passaggi, nei quali la distillazione di metalli e minerali  diversi (in numero limitato a differenza di quanto si legge nei codici del Vademecum dei secoli seguenti) accresce progressivamente le proprietà della prima acqua distillata, l’aqua rosea o rosacea[31], un farmaco conosciuto dai medici per le sue proprietà curative.

Le operazioni vengono di solito indicate con il nome di “ricette”, e tali realmente sono quando il trattato si occupa di Alchimia spagirica intesa a produrre farmaci o a lavorare i metalli, ma nel caso dell’Alchimia filosofica tali “ricette” possono essere metafora per azioni di altra natura, intese a produrre effetti sul piano animico e spirituale.

La prima “ricetta” richiede tre sostanze, vetriolo, sal nitro e cinabro, per produrre l’aqua rosea, da cui con una successiva distillazione si ottiene un’acqua corrosiva capace di dissolvere materiali organici e inorganici, e se ad essa si aggiunge mercurio si ottiene, come leggiamo nel testo, «il fermento per l’opera maggiore al Rosso e per [realizzare]  molte altre meraviglie»[32].

Questa “ricetta” indica la prima fase alchemica dell’opera al Nero, l’estrazione dalla materia su cui si lavora dell’acqua descritta nei trattati come «acqua che bagna e acqua che brucia, Mercurio d’acqua e Mercurio di fuoco» o ancora «Mercurio doppio»[33], e per tale motivo detta “acqua corrosiva”.

È la prima operazione con cui si separa dal corporeo l’elemento animico e individualizzante che lo vitalizza (perché in esso sono presenti emozioni, ricordi, fantasie e desideri legati a colui che sta operando) e che va eseguita per mezzo di una forza controllata da quella che si può definire una “centralità solare” che non è ancora Oro ma “Oro artificiale”[34], ottenuto dall’alchimista prima di iniziare l’operazione mediante il potenziamento della volontà e di quella che è chiamata imaginatio[35] con tecniche delle quali nulla, al momento, abbiamo trovato descritto in modo esplicito nei testi dell’epoca. Sembra che una simile preparazione fosse considerata così ovvia e naturale che non si sentiva la necessità di mettere per iscritto le tecniche per conseguirla; d’altronde è abbastanza nota l’esistenza di forme di iniziazione ai mestieri nel Medioevo, in particolare con riferimento alle gilde di costruttori e architetti, che dovevano richiedere l’attuazione di tali potenzialità.

La seconda “ricetta” consente di ottenere l’aqua viridis che possiede due poteri: è un’acqua corrosiva capace di solvere l’argento e, una volta filtrata e purificata dalle parti grossolane, di tingere qualunque cosa di nero «per dieci giorni»[36]. Il mercurio trattato con questa aqua se unito al piombo e ad una piccola quantità di argento può trasformare il composto in argento di ottima qualità «come se fosse quello dei tornesi, che [supererà] ogni prova»[37].

Con questa aqua viridis, proseguendo nell’ebollizione fino all’evaporazione della parte liquida, si ottiene un olio capace di bruciare e di dissolvere la carne, l’oleum philosophorum, di così grande potere che se se ne versa una piccola quantità in una coppa, dice il testo, «è come mettere una balena in un calice»[38], cioè cercare di rinchiudere un’enorme potenza in un piccolo spazio.

Con la seconda “ricetta” siamo nella fase di transizione dalla putrefactio (opera al Nero) alla dealbatio (opera al Bianco) chiamata nei testi alchemici opera al Verde, nella quale sono esaltate le qualità corrosive e ardenti di questa ”acqua” divenuta “olio”. Se leggiamo la “ricetta” nel suo senso filosofico possiamo dire che, operando sulle potenze animiche estratte dal corporeo ed eliminando da esse ogni elemento che le rende individuali si produce una forza priva di costrizioni e capace di disgregare le ultime componenti della materia corporea portando a compimento il lavoro di “putrefazione”.

Come si legge nel sonetto Solvete i corpi in acqua[39] questa è l’acqua da far bere al “nemico” per dissolvere totalmente le sue componenti fisiche:

Datela a bere a quel vostro inimicho,

senza mangiare hio dicho cosa alcuna,

sì et in tal modo, che tucto se disfaccia

la carne e le ossa e tucta sua iontura.

Il “nemico” è la materia nel suo stato elementare, ciò che rimane del piombo-corpo dopo l’estrazione dell’anima mercuriale che lo vivifica e che deve essere disgregato («che tucto se disfaccia») per recuperare le forze di pura potenza di cui è sostanziato, quelle forze indicate nel Pretiosissimum donum Dei come i vermes che si devono divorare l’un l’altro affinché possa nascere il «figlio bianchissimo» e «la terra nera e fetida sia convertita in Argento vivo»[40].

La terza e la quarta “ricetta” conducono alla preparazione della Pietra filosofica, il lapis albus e il lapis rubeus, con i quali la preparazione giunge a compimento: si tratta di due passaggi che difficilmente possono essere interpretati alla stregua di semplice operazione metallurgica, anche perché le “pietre” così ottenute possiedono quelle che sono definite «tre virtù»[41], con le quali non solo si ottiene la trasmutazione dei metalli in oro e argento ma si realizza anche ciò che viene chiamata multiplicatio, cioè la capacità di esse di generare altre “pietre” aventi le stesse “virtù”.

La terza “ricetta”[42] richiede l’aggiunta di argento e mercurio all’aqua viridis per giungere alla formazione di «pietre bianchissime come cristalli e fusibili come cera»: questo è  il lapis albus, il quale però non è ancora perfetto, in quanto può solo argentare i metalli ma non generare vero argento, quale si può ottenere solo con il mercurio. Con l’ulteriore passaggio della soluzione attraverso le “qualità” basilari dei quattro Elementi, il caldo, il freddo, l’umido e il secco, che costituiscono il tessuto della creazione, si genera la «Pietra nascosta da tutti i filosofi», che ha la virtù di trasformare il mercurio in vero argento e di moltiplicarsi in “pietre” aventi eguali proprietà: «se di questa pietra porrai un’oncia sopra settanta once di mercurio vivo avrai sessanta once della stessa pietra in grado di infondere le sopradette virtù ad ogni sostanza».

La quarta “ricetta”[43] richiede per realizzare il lapis rubeus una complessa operazione su tre “acque”: dapprima viene prodotta un’aqua turbida che, ulteriormente distillata, rubifica come sangue di drago dando il lapis croceus, la Pietra citrina, che è ancora imperfetta; mescolando questa con «sole calcinato»[44], cioè polvere d’oro, sul fondo dell’ampolla precipitano «pietre rosse splendenti» che, come il lapis albus della preparazione precedente, hanno la capacità di dorare gli altri minerali ma non di trasmutarli in oro, perché il vero oro si può ottenere solo dal piombo. Con il passaggio della soluzione ottenuta dall’unione delle tre “acque” precedenti attraverso le “qualità” dei quattro Elementi si ha il lapis rubeus perfetto, capace di trasformare il piombo in oro e in grado di generare per multiplicatio altre “pietre” aventi le stesse virtù.

Notiamo che se è dal mercurio che si ottiene l’argento, per avere oro l’unico metallo su cui si deve lavorare è il piombo, il metallo meno nobile di tutti, il più umile e disprezzato ma in realtà di fondamentale necessità, perché non solo esso costituisce la materia prima dell’opera alchemica ma ciò che ne rimane come residuo dopo il passaggio attraverso le diverse operazioni (in termini tecnici chiamato dagli alchimisti caput mortuum o faeces) è necessario per ottenere il metallo perfetto, l’oro.

Questo insegnamento degli alchimisti è esposto dettagliatamente da Raymundus Gaufredi nel De leone viridi, il quale prescrive di raccogliere e tenere da parte alla fine di ogni operazione queste faeces per distillarle nell’ultima operazione che porta al lapis rubeus perché «faeces est ignis»[45]: frase singolare, in cui è unito il plurale faeces con il verbo est al singolare, a dire che “esso-i-residui” è un’unica sostanza, indipendentemente dalla fase operativa da cui i residui derivano, ed “esso-i-residui”, specifica Raymundus, «racchiudono in sé due elementi, cioè la terra che nascondono e il fuoco»[46], quello dei quattro Elementi che per sua natura tende verso l’alto ed è quindi simbolicamente analogo alla componente spirituale dell’uomo, mentre la terra, il suo esatto opposto nello schema conosciuto dagli alchimisti come “sigillo di Salomone”, è identificata la parte corporea.

Il trattato si conclude con una allegoria (attribuita all’alchimista bizantino Archelao in altro manoscritto[47]) in cui si trova la chiave di interpretazione di tutta l’opera: «Il servo rubicondo sposò una moglie nera, e posti nella fossa e portati agli inferi generarono un figlio biondo. Appare chiaro che il servo rubicondo è la Pietra (rossa) sopradetta, la moglie nera è il piombo, la fossa è il vaso [in cui si compie l’operazione], l’inferno è il fuoco [necessario per la distillazione], il figlio biondo è il sole generato dagli elementi predetti»[48].

Leggendo tutto ciò secondo il linguaggio filosofico alchemico, se la terza operazione consente di realizzare l’argento detto “dei filosofi” (per distinguerlo dal metallo “volgare”), simbolo lunare, passivo e femminile come potenzialità generatrice, con la quarta si ottiene l’oro “dei filosofi”, cioè il principio attivo, solare e maschile[49] capace di portare alla realizzazione ciò che prima era allo stato potenziale: dalla loro unione (qui presentata come il matrimonio tra il “servo rubicondo” e la “moglie nera”) si genera un ente unico (il “figlio biondo”) non più soggetto alla pluralità della divisione dell’uomo in corpo anima e spirito, ma risoluzione dell’apparente contrapposizione con l’unione del maschile e del femminile, ritorno all’unità originaria, visualizzata come Androgine nelle immagini dell’Aurora consurgens[50] e del Rosarium philosophorum[51].

 

[1] Sulla vita di Frate Elia esiste un gran numero di testi, per cui ci limitiamo a citare tra i più recenti: C. ROSSETTI, Un singolare seguace di San Francesco:Frate Elia, in “Atrium”, 4 (2017), pp. 111-130, con un’estesa bibliografia sull’argomento; A. M. PARTINI e P. GALIANO, L’Opera alchemica in Frate Elia, Roma, Mediterranee, 2018, pp. 53-65.

[2] MARIANO DA FIRENZE, Compendium chronicarum fratrum minorum (1522): «Elia da Cortona, frate minorita famoso nell’arte dell’architettura, costruì la chiesa di San Francesco ad Assisi con il Convento e quella di Cortona, e numerose costruzioni fortificate nel regno di Sicilia su richiesta dell’Imperatore Federico» (citato in P. CALZOLARI, Presenza occulta e manifesta dell'Imperatore Federico II nella Basilica di San Francesco ad Assisi ‒ Frate Elia e la congiura del silenzio, in “Episteme”, 6 (2002), senza numeri di pagina.

In un recente intervento Cervini nega l’attività di architetto di Frate Elia (F. CERVINI, Elia e l’arte del costruire. Paradigma di un architetto mai esistito, ma non privo di gusto, in Elia di Cortona tra realtà e mito, Atti dell’incontro di studio Cortona 12-13 Luglio 2013, Spoleto, Centro Studi Italiani per l’Alto Medioevo, 2014, pp. 213-232).

[3] Sulla farmaceutica francescana rimandiamo ai numerosi lavori comparsi recentemente e in particolare a P. CAPITANUCCI, Agli albori della cultura alchemica e farmaceutica francescana: il Liber Compostelle di Bonaventura da Iseo, in I Francescani e le scienze, Atti del XXXIX Convegno internazionale (Assisi 6-8 Ottobre 2011), Spoleto, Centro Studi Italiani per l’Alto Medioevo, 2012, pp. 203-237.

[4] Salimbene de Adam, che era stato accettato nell’Ordine proprio da Frate Elia, riporta nel Liber de praelato contenuto nella sua Chronica (SALIMBENE DE ADAM, Chronica, a cura di C. S. Nobili, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 2002  ̶  trascrizione del ms. Vat. Lat. 7260 della Biblioteca Apostolica Vaticana) come undicesima tra i tredici defecti che venivano avanzati dai suoi detrattori l’avere praticato l’Alchimia e aver ricercato e ospitato laici e religiosi esperti dell’Arte alchemica. Ricordiamo che le scomuniche che colpirono Frate Elia nel 1239 da parte di Gregorio IX e nel 1245 da parte di Innocenzo IV erano ambedue per motivi politici, per aver tenuto frequentazione con lo scomunicato Federico II.

[5] M. PEREIRA, Arcana sapienza. L’Alchimia dalle origini a Jung, Roma, Carocci, 2001, pp. 183-185.

[6] I tre manoscritti principali dell’Ars alchemiae (S. H. THOMSON, The Texts of Michael Scot's Ars Alchemie, in “Osiris”, 5 (1938), pp. 523-559) sono: Palermo, Biblioteca Comunale di Palermo, ms 4Qq A10, primo quarto del XIV sec. (THOMSON, The Ars alkemiae, p. 524); Cambridge, Gaius and Gonville College, ms 181, scritto tra il 1260 e il 1450; Oxford, Corpus Christi College Library, ms 125, databile tra il 1250 e l’inizio del XV sec. Sull’argomento si veda anche A. VINCIGUERRA, The Ars alchemiae, the first Latin text on practical alchemy, in “Ambix”, 56 (2009).

[7] Ms di Oxford c. 98v (cap. VII, Distinctio de minori magisterio).

[8] Ms di Palermo c. 358v (cap. X, Capitulum perfecte dealbationis).

[9] Ms di Palermo c. 360v (cap. XXI, Capitulum sublimationis).

[10] M. PEREIRA, Alchimia – I testi della tradizione occidentale, Milano, Mondadori, 2006, Quadro storico (senza numero di pagina).

[11] Un catalogo dei codici contenenti opere attribuite a Frate Elia è stato pubblicato nel 2018 in PARTINI e GALIANO, L’Opera alchemica in Frate Elia, pp. 117-173; una nuova edizione ampliata e corretta è in corso di pubblicazione.

[12] Scriviamo “attribuite”, in quanto finora nessuno studio organico è stato condotto da filologi e storici dell’Alchimia sulle opere a nome di Frate Elia, anche se da più parti auspicato.

[13] P. GALIANO, Lo Speculum Alchimiae di Frate Elia, Roma, Simmetria, 2016, trascrizione del ms GKS 1717 della Royal Library and Copenhagen University Library di Copenhagen, XV sec., forma abbreviata dello Speculum alchimiae; Id., La sacra arte dell’Alchimia, Roma, Simmetria, 2017, trascrizione del ms C.2.567 della Biblioteca Nazionale di Firenze del 1491, forma integrale dello Speculum; Id., Il magistero della Pietra filosofica, Roma, Simmetria, 2018, trascrizione del ms Campori 676 della Biblioteca Estense Universitaria di Modena, XVII sec.; Id., Il Vademecum di Frate Elia – Le Acque e le Pietre, Roma, Simmetria, 2019, trascrizione del ms Pal. Lat. 1267 della Biblioteca Apostolica Vaticana, XIV sec.

[14] M. PEREIRA, I Francescani e l’Alchimia, in “Convivium assisiense”, X (2008), pp. 117-157: p. 128.

[15] Secondo quanto scrive SALIMBENE DE ADAM nel Liber de prelato, citato in PEREIRA, I Francescani e l’Alchimia, p. 125.

[16] GALIANO, La sacra arte dell’Alchimia, pp. 219-220: «Per mezzo della proiezione della perfetta medicina riduciamo i corpi imperfetti alla vera perfezione, a causa di ciò abbiamo considerato che nei detti corpi imperfetti ci fosse la vera materia dei metalli, ma diciamo che quella materia è malata per [la propria] natura, e [perciò] la curiamo per mezzo della [nostra] medicina» (ms C.2.567 della Biblioteca Nazionale di Firenze, c. 12r).

[17] Pubblicato in P. GALIANO, Raimondo Gaufredi. Il trattato del Leone verde, Roma, Mediterranee, 2020.

[18] Londra, British Library, Sloane, ms 2327, cc. 27r-28r, sec. XIV.

[19] Palermo, Biblioteca Comunale, ms Qq 4 A 10, databile intorno al 1325.

[20] Ms di Palermo c. 408r: «Questo è lo scritto che Lorenzo Buti dette a mio fratello e che disse di aver avuto in modo furtivo da un vescovo di Cervia al tempo della sua morte, il quale disponeva di grandi ricchezze».

[21] A. COLINET, Les alchimistes grecs, XI, Recettes alchimiques, Paris, 2010, p. LII. Ringraziamo il Dr Ezio Albrile per averci portato a conoscenza di questo lavoro.

[22] Sul vescovo Borgognoni, medico e autore di trattati di chirurgia, si veda M. R. MCVAUGH Alchemy in the Chirurgia of Teodorico Borgognoni, in Alchimia e medicina nel Medioevo, Tavarnuzze (Firenze), 2003, pp. 55-75. A lui sono tra l’altro attribuiti due testi alchemici (De sublimatione arsenici e De aluminibus et salis) la cui paternità è però dubbia, ma sappiamo dai suoi scritti che applicò le tecniche alchemiche alla fabbricazione di farmaci e quindi doveva essere un conoscitore dell’Alchimia.

[23] Nei trattati l’Alchimia è chiamata “filosofia” e l’alchimista è il “filosofo” o il “figlio della filosofia”: “filosofia” va intesa nel suo significato originario di “amore per la Sapienza”.

[24] PEREIRA, Arcana sapienza, p. 62 nota 27: «L’alchimia, pur potendo essere considerata, per la parte operativa, la matrice della chimica intesa come scienza sperimentale, non è correttamente definibile come chimica primitiva o protochimica».

[25] PEREIRA, Arcana sapienza, p. 55, dal Libro sulla lettera Ω di Zosimo: «Quando riconoscerai di aver ottenuto la perfezione (dell’anima) rifugiati presso il Pastore degli uomini e, ricevuto il battesimo della coppa, slanciati a raggiungere i tuoi simili». Evidente il riferimento alla Coppa ermetica e gnostica di cui si legge nel IV trattato del Corpus Hermeticum, Discorso di Hermes a Tat: il Cratere o la Monade (a cura di V. SCHIAVONE, Corpus Hermeticum, Milano, Rizzoli, 2001, pp. 110-123), e nella XIX Ode di Salomone, scritto di ambiente valentiniano (M. ERBETTA, Gli apocrifi del Nuovo Testamento, Torino, Marietti, 1975, I/1, pp. 636-638).

[26] Si veda in particolare STEFANO D’ALESSANDRIA, Lettera di Stefano a Teodoto (F. SHERWOOD TAYLOR The alchemical works of Stephanos of Alexandria, in “Ambix”, I 2 (1937), pp. 116-139).

[27] PEREIRA, I Francescani e l’Alchimia, p. 125.

[28] H. BRIGGS, De duobus fratribus minoribus medii aevi alchemistis, in “Archivium franciscanum historicum”, XX (1927), pp. 305-313: pp. 311-313.

[29] GALIANO, La sacra arte dell’Alchimia, p. 73.

[30] GALIANO, Lo Speculum Alchimiae di Frate Elia, pp. 6-7.

[31] Il secondo nome si legge nel ms Pal. Lat. 335 della Biblioteca Apostolica Vaticana c. 33r.

[32] GALIANO, Il Vademecum di Frate Elia, pp. 43-44.

[33] GALIANO, Lo Speculum Alchimiae di Frate Elia, pp. 10-11. “Mercurio doppio” perché nell’Alchimia filosofica l’anima, che viene indicata con il “mercurio” così come il corpo con il “piombo” e lo spirito con l’”oro”, è considerata come intermedia tra il corpo, a cui dà vita e movimento, e lo spirito, e quindi partecipa delle qualità delle altre due componenti dell’essere umano. Graficamente nei trattati alchemici questo viene espresso con due simboli distinti, formati dall’unione della croce dei quattro Elementi con il cerchio del sole-oro sovrastato in un caso dalla falce lunare e nell’altro dal simbolo dell’ariete, segno zodiacale connesso nell’Astrologia del tempo al fuoco.

[34] GALIANO, Lo Speculum Alchimiae di Frate Elia, ivi, p. 8.

[35] La imaginatio non è la phantasia: questa è una forma di autoillusione, un’apparenza vana creata dal soggetto e C. DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Niort, L. Favre, 1883-1887, s. v., traduce infatti phantasia con “arbitrio, opinione personale, visio vana” ma anche con “fantasma, spettro”. Per comprendere la distinzione riportiamo quanto scritto nello Speculum alchimiae del ms C.2.567 cc. 11v-12r, attribuito a Frate Elia: «Vedi come secondo la Natura si generano i corpi nelle viscere della terra: questo è immaginare secondo l’immaginazione vera e non fantastica» (GALIANO, La sacra arte dell’Alchimia, p. 218), dove il “vedere” va inteso nella sua etimologia dalla radice *vid, “conoscere”.

[36] GALIANO, Il Vademecum di Frate Elia, p. 45.

[37] GALIANO, Il Vademecum di Frate Elia, ibid.

[38] GALIANO, Il Vademecum di Frate Elia, ibid.

[39] Il  sonetto è considerato da molti opera di Frate Elia ma con scarse prove a favore: lo si ritrova con grande frequenza nei codici  di Alchimia per il suo contenuto che costituisce una vera e propria summa del sapere alchemico. I versi qui citati sono tratti dall’edizione a stampa della Summa perfectionis Geberii, Roma, Silber, 1486, in cui è attribuito a Frate Elia. Ad esso abbiamo dedicato un saggio in due parti pubblicato on line sul sito dell’Associazione Simmetria (www.simmetria.org).

[40]P. GALIANO, Il Pretiosum donum Dei, Roma, Simmetria, 2017, pp. 96-97 (Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel, ms  Guelf. 77.2 Aug. 8°, XV sec., c. 8r).

[41] GALIANO, Il Vademecum di Frate Elia, p. 48.

[42] GALIANO, Il Vademecum di Frate Elia, pp. 47-48.

[43] GALIANO, Il Vademecum di Frate Elia, pp. 49-50.

[44] La calcinatio è la perfezione della preparazione di una sostanza attraverso la sua polverizzazione per mezzo del fuoco e conseguente evaporazione di ogni umidità (A. J. PERNETY, Dizionario mito-ermetico, Genova, Phoenix, 1979, s. v.).

[45] Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek, ms 433 Helmst, c. 215v. All’argomento è trattato in GALIANO, Raimondo Gaufredi, pp. 93-98.

[46] Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek, ms 433 Helmst, ibid.

[47] Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, ms Vat. Lat. 4092 (sec. XIV), cc. CLXXXIIIv- CLXXXIVr (GALIANO, Il Vademecum di Frate Elia, p. 42).

[48] GALIANO, Il Vademecum di Frate Elia, p. 51.

[49] Sarà bene notare che le equivalenze femminile/passivo e maschile/attivo in Alchimia non hanno nulla di ciò che dai moderni è chiamato “maschilismo”: l’Alchimia conosce l’eguaglianza e non l’opposizione delle due condizioni, ambedue necessarie in quanto complementari all’ottenimento del risultato finale. La potenzialità del femminile è necessaria perché il maschile possa portarla a realizzazione, ma senza la capacità attiva del maschile il femminile rimarrebbe semplice e inerte potenzialità.

[50] Zürich, Zentralbibliothek, ms. Rh. 172, c. 2r (sec. XIII).

[51] Rosarium philosophorum, secunda pars Alchimiae, de lapide philosophico, Francoforte, 1550 (senza numero di pagina), figura dell’Aenigma regis.

Fai il LOGIN o REGISTRATI per inserire commenti