L'alchimia da una parte collega la filosofia gnostica della natura alla dottrina dell'Anthropos dall'altra ad una speculazione che ritorna nel cosiddetto medioevo gnostico dell'alchimia o almeno come linea di continuità diretta. E' anche una valevole dottrina della redenzione in cui il Figlio, il Cristo gnostico si libera come il Nous dalla materia assurgendo a nuova creatura. E' sempre il Nous che tenta le fasi di liberazione dalla materia di cui è prigioniero, la physis. E' un "sistema di virtù superiori nelle inferiori" come recita un passo della Tabula smaragdina ed è il figlio spagirico a ottemperare il disegno di liberazione e redenzione dalla materia. Jung enfatizzava la dottrina gnostica dell'Anthropos, dell'uomo di Luce, il Chen Yen o l'Atman per esporre in chiave aulica la natura indescrivibile del Sè, Nous e pneuma che gli antichi definirono "spiritus", corpo o anima e che cangiava come la natura del loro Mercurio (Mercurius versipellis). La natura abscondita era rappresentata nell'istanza del Lapis come materia vivente il cui segreto vivificante era l'acqua divina. Per gli gnostici come Zosimo (III sec. d. C.) essa era la forma ignea verae aquae ed era un alessifarmaco -- come si pronuncia il Trattato di Comario—“in grado di trasformare i corpi in sangue, dare la vista agli occhi e far resuscitare i morti”. Era tuttavia presente l'essenza di Cristo e la sua natura redentiva che aveva un lontano parallelo in Gayomart, il primo uomo iranico e l'affine parallelo con la natura dell'Ourobouros, il drago che sposa, feconda, divora e genera se stesso. L'alchimia ripeteva in forma di rites d'entrèè l'antica circumambulatio, o rotatio per cui l'oggetto cultuale, il Lapis assurgeva a massima importanza ipostizzandosi nella figura del Redentore che aveva per Jung valenza gnostica, rappresentando così la mistica figura di uno psicopompo, Mercurio o il suo aureo parallelo nella pietra dei saggi. Inoltre Mercurio rappresentava un "corpus mysticum", un argentum vivum in grado di liquefare i solidi e sciogliere i corpi oltrechè trasformarli in spirito così come la natura dell'"acqua divina" dalle proprietà redentive. Era l'aqua permanens che aveva questa proprietà di assurgere --e in alcuni passi--desunti dal Cratere di Zosimo -- compiere il rito di una redenzione dalla materia, al corpo allo spirito --fino all'abluzione completa che vedeva l'anima, il Nous svincolarsi dall'abbraccio della physis. In alcuni passi quest'acqua divina si scambia il ruolo con il Cristo gnostico e l'Uomo di Luce, Logos preesistente prima degli Eoni la cui prima comparsa si ebbe nell'Adamo mistico. La dottrina dell'Anthropos gnostico spiega poi perchè l'inconscio non sia un epifenomeno della materia, al contrario la materia è suscettibile di redenzione e trasformazione e a questo valeva la presa di coscienza dell'adepto che aveva ben saldi i segreti dei primi trattati: Il Trattato di Comario (I secolo) e Profetessa Iside a suo figlio Oro (Berthelot, Collection des anciens alchimistes grecs, 1887-88 Steinheil, Parigi) in cui vengono con varie procedure trattati i segreti della sostanza arcana. Per dottrina gnostica dell'Anthropos Jung intendeva lo stesso percorso dell'alchimia filosofica che si vedeva apparentata allo gnosticismo e ne costituiva un continuum diretto. Che poi i più tardi epigoni come Paracelso e Khunrath presero a sè l'immagine di Cristo che concorreva ad una revivescenza di certe sette gnostiche, l'alchimia costituiva de facto la base filosofica su cui in parte coincidevano le idee gnostiche ossia quelle verità eterne che si erano intanto fondate su di un terreno non cristiano ma egizio o quantomai precristiano, pagano. E Jung fece sua l'idea dell'Anthropos appropriandosene in linea esclusiva come recondito dell'alchimia e della filosofia ermetica, con l'ipotesi che la dottrina dell'Anthropos o Uomo di Luce rappresentava una tradizione nascosta (vedi Waite, 1926 Secret tradition) o alquanto autoctona di riferimenti soggettivi. L'Anthropos appare come una figura di luce o come il Cristo stesso, un dio della rivelazione, per cui l'alchimia stessa si fonda su un lumen luminum, che è la luce nascosta, ineffabile che il mondo non conosce e che tuttavia è in grado di illuminare le tenebre della materia con un ignea favilla o scintilla, in questo caso il Nous bisognoso di redenzione.

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