Le province nord orientali dello Stato Pontificio costituiscono un territorio che dovrebbe essere indagato più a fondo nell’àmbito della storia dell’esoterismo italiano per quanto concerne il periodo a cavallo tra XVII e XVIII secolo, periodo nel quale compaiono figure di particolare rilievo quali Francesco Maria Santinelli a Pesaro, Decio Azzolino a Fermo e Giuseppe Guaccimanni a Ravenna, membri dell’Accademia Reale di Cristina di Svezia, il cenacolo ermetico e alchemico che si era formato attorno alla regina.

La presenza di personaggi di tale rilievo certamente favorì la diffusione delle dottrine ermetiche nella regione e una conferma di questo ci viene da Jesi, dove nella Biblioteca Comunale Planettiana, curata dalla Dr.ssa Letizia Tombesi, si trova, oltre all’importante Fondo Azzolino che condivide con Stoccolma la ricca documentazione degli scritti del Cardinale Azzolino, l’Archivio Pianetti, nel quale sono custodite le carte della famiglia dei conti Pianetti, legata alla fondazione della Biblioteca da parte di Giuseppe, vescovo di Todi, particolarmente attratto dall’argomento dell’Astrologia,  e del nipote Cardolo Maria, il quale aveva interesse per gli studi e le pratiche dell’Alchimia.

Alcune carte dell’Archivio Pianetti sono state oggetto di studio da parte di Lorenzo Manenti[1], dottorando presso l’Università della Svizzera Italiana di Lugano, con particolare riguardo a quelle di argomento astrologico e alchemico appartenute a Giuseppe e a Cardolo, studio concretizzatosi in una mostra dal titolo La Bibliotheca magica, tenuta a Jesi tra Novembre 2019 e Gennaio 2020.

In particolare il Manenti porta come esempio degli interessi alchemici di Cardolo una copia del sonetto Solvete i corpi in acqua, presente nella «busta 505» dell’Archivio detta «Segreti di Alchimia», attribuito nel testo a Frate Elia. Il Solvete, che sia o meno davvero opera di Frate Elia[2], è per me da tempo oggetto di studio e ne ho già trattato in conferenze e articoli, ma in questo caso ciò che mi ha colpito è stato il contesto in cui esso è stato ritrovato, che testimonia un particolare utilizzo degli studi alchemici di Cardolo non propriamente corretto.

Premetto una sintetica descrizione del contenuto globale delle carte (Fig. 1 e Fig. 2) in cui il sonetto è contenuto per poter meglio comprendere quanto appresso sarà detto.

1190 Fig. 1 bis1190 Fig. 2 bis

Il Solvete i corpi si trova scritto in due carte, prive di numerazione anche perché il margine superiore è strappato, affiancato da un secondo sonetto anch’esso di soggetto alchemico, del quale al momento non ho trovato altre testimonianze, e da due scritti che precedono e seguono i sonetti, ambedue di materia alchemica: l’uno precede i sonetti ed è intitolato Memoria del Autore ad literam [sic], descrive brevemente il contenuto di un «picciol libro manoscritto trovato sotto una fabrica antica dentro una picciola cassa di marmo tra due bandele di finissimo bronzo e data appostavi al tempo di Traiano Imperatore [sic]» per poi passare a trattare del «quinto elemento» che è il sale; il secondo, che segue i sonetti ed è privo di titolo essendo la carta lacerata nel margine superiore, è una «ricetta» alchemica per la preparazione di uno «spirito risolvente universale».

Vediamo ora i sonetti: il primo sonetto inizia col verso Prendi il nato smeraldo e descrive in forma allegorica il passaggio dall’opera al Verde (il nato smeraldo) all’opera al Rosso (purissimo Rubin presto diviene) per mezzo di un fuoco dolce (caldo poi quanto ad un bambin conviene); esso termina con cinque versi di cui i primi due provengono dalla V stanza della canzone El me dilecta di Daniele da Capodistria, scritta intorno al 1350[3], e gli ultimi due si ritrovano nel Solvete i corpi (anonimo) a c. 59v del ms Naz. II.III.308 del XVI secolo della BNCF di Firenze, una versione del Solvete che in questo manoscritto ha la particolarità, unica tra tutte le versioni che conosco, di essere costituito per la seconda metà da quasi tutta la V stanza del El me dilecta.

Nella stessa Biblioteca è conservato un manoscritto catalogato come ms 5, «Miscellanea di opuscoli mss. e a stampa»[4], contenente materiale di varia natura risalente tra la fine del XVII sec. e i primi due decenni del XVIII, tra i quali si trova a cc. 424-431 una raccolta manoscritta di tredici sonetti anonimi aventi per argomento dodici pietre preziose, tra cui lo Smeraldo, più la Perla o Margarita, ma la trattazione è di carattere morale e non alchemico e non possono essere messi in relazione con questo sonetto delle carte di Cardolo. Le gemme sono messe in relazione con le dodici tribù ebraiche e illustrano le virtù di San Romualdo, il fondatore dell’Ordine dei Camaldolesi, nato nella vicina Ravenna e morto nell’eremo di Valdicastro, tra Jesi e Fabriano; la reliquia del suo braccio è venerata nella Cattedrale di Jesi.

Nel caso dello smeraldo (c. 425r) è detto che esso è

«onorato col nome di Giuda … Tanto si osservò nella tribù di Giuda che sempre verde e perenne conservò lo scettro con il regno fino ai tempi di Cristo … Pure il nostro Santo Patriarca al riferir del Damiani[5] rallegrava i giusti col solo aspetto e con la sua sola presenza imprimeva tal terrore nei peccatori massime Potentati del mondo che gli toglieva la parola»,

e sono questi gli argomenti espressi nel sonetto che segue. Come si vede, nulla a che spartire con il sonetto alchemico delle carte di Cardolo.

Per quanto invece concerne il sonetto Solvete i corpi, la versione di Jesi è intitolata Sonecto di Frà Elia ed è costituita da un totale di 13 versi corrispondenti alla versione che possiamo definire «classica» del sonetto più altri 5, dei quali il primo (la pietra avrete e questo non vi spiaccia) si ritrova solo in altre tre redazioni del sonetto[6], mentre i successivi quattro sono tratti dalla stanza VIII della canzone El me dilecta.

Ciò che va messo in rilievo è la somiglianza del sonetto di Jesi con altre versioni che possono farsi risalire alla fine del XV secolo, il che potrebbe indicare l’esistenza di una tradizione scritta che dal 1486 (Wellcome ms 117) giunge all’inizio del 1700.

Tutto questo costituisce l’antefatto necessario per comprendere perché ho intitolato l’intervento «Alchimia e contraffazione»: come si può riscontrare dalle carte della «busta 505», Cardolo Pianetti fu certamente interessato all’Alchimia e non solo da un punto di vista teorico ma anche tecnico, dato che in esse sono descritti in modo particolareggiato i procedimenti alchemici, ma questo suo interesse ebbe un risvolto molto particolare.

Come ha potuto ricostruire Manenti[7], Cardolo era Auditore Fiscale presso il tribunale civile di Jesi e quindi aveva anche giurisdizione sulla conformità, peso e sostanza delle monete che circolavano nel territorio di sua pertinenza: per tale motivo aveva ricevuto l’incarico di realizzare una medaglia commemorativa per il Papa Clemente XII in occasione della visita pontificia a Jesi, progetto che venne poi mutato nella coniazione di una moneta in oro del valore di due paoli, corrispondente a circa 20 baiocchi. Però per portare a termine il suo incarico Cardolo, con l’intermediazione tra il suo segretario, Giuseppe Verzilli, e le persone che dovevano compiere l’operazione, cercò di «fabbricare» l’oro con tecniche alchemiche a partire da un composto di piombo, rame, mercurio e argento (seguendo quindi, aggiungo io, le indicazioni descritte nei testi di metallurgia alchemica), mentre la moneta avrebbe avuto solo una placcatura superficiale in oro. Le carte della «busta 505» vertono sui tentativi di ottenere la trasmutazione dei metalli da parte delle persone addette all’operazione, ma l’impresa non andò a buon fine perché il composto si rivelò eccessivamente instabile.

Tutta la manovra organizzata dal Pianetti era un tentativo di mistificazione in cui l’Alchimia era ridotta a strumento per un procedimento di contraffazione. L’utilizzo dei processi alchemici a scopi truffaldini già dal sec. XIII era stato argomento di discussione da parte dei giuristi medievali[8], tra cui personaggi illustri come Giovanni di Andrea e Oldrado da Ponte, i quali, se da un lato ritenevano che l’Alchimia in sé fosse licita, mettevano in guardia i sovrani e le alte gerarchie ecclesiastiche contro la possibilità che l’oro prodotto alchemicamente potesse turbare il mercato, immettendo in circolo eccessive quantità del metallo prezioso, anche se esso poteva essere utile a fornire a uno Stato in difficoltà economiche le ricchezze di cui poteva avere necessità, giungendo al punto di considerarne l’utilità per una riduzione delle tasse che gravavano sul popolo.

Il tentativo di Cardolo Pianetti si configura come un tentativo fraudolento da parte di un membro dell’organizzazione laica della Chiesa, in quanto, essendo un pubblico ufficiale, commetteva ciò che oggi definiremmo un reato di truffa ai danni dello Stato aggravato dalla sua carica, in quanto è da supporre che l’oro adoperato per produrre la medaglia sarebbe provenuto dalle casse dell’amministrazione pontificia e di conseguenza il Pianetti avrebbe trattenuto la differenza tra le spese effettivamente sostenute e il valore dell’oro consegnatogli.

La presenza del sonetto di Frate Elia nelle carte del Pianetti ha portato Manenti a ipotizzare l’esistenza di un «circolo ruotante attorno a Cardolo [che] pare sia stato istruito proprio da lui stesso o forse dal Verzilli con vere e proprie lezioni sui Sonetti alchemici di frate Elia da Cortona»: in realtà nella «busta 505»[9] non si trovano altri riferimenti al nome di Frate Elia, e quindi l’asserzione del Manenti mi sembra non confermata dalle prove disponibili, né d’altronde posso condividere la sua ipotesi che il sonetto «potrebbe aver avuto un senso di invocazione apotropaica per far sì che la moneta [che il Pianetti doveva forgiare] avesse la formatura desiderata».

L’operazione di Cardolo Pianetti costituisce non solo una frode ma soprattutto un tradimento dei principi della vera Alchimia, e il Solvete non ha a mio parere alcun rapporto con il reato di Cardolo, in quanto non vi sono elementi che giustifichino l’esistenza di un «cenacolo alchemico» legato al nome di Frate Elia. La presenza del sonetto negli scritti di Cardolo si allinea con la diffusione che il sonetto ebbe tra ‘600 e ‘700, come si evince dal numero di manoscritti e di testi stampati[10] nei quali è riportato per la sua valenza di vera e propria summa dell’arte alchemica.

Quindi il buon frate va assolto dall’accusa di complicità nella contraffazione, in quanto la sua presenza tra le carte di Cardolo Pianetti non si può in alcun modo collegare ai piani fraudolenti dell’Auditore, anzi in un processo Frate Elia si costituirebbe come parte lesa insieme alla signora Alchimia.

 

[1] Lorenzo Manenti, L'Archivio dei divertimenti. Oroscopi, tavole astrologiche, profezie e segreti nelle carte dell'Archivio Pianetti, in «Anthropos & Iatria», XV, 3 (2011), pp. 68-72.

[2] In una comunicazione personale dell’8 Febbraio 2021 il Manenti mi scrive: «Sulla paternità di frate Elia al testo, ho sempre avuto forti dubbi. E le dirò anche che a me ha sempre trasmesso una similitudine allegorica al trattatello medievale [De] Regimine sanitatis».  Il problema dell’attribuzione è molto complesso, ma non è possibile trattarne in questo articolo, per cui rimando a quanto ho scritto sull’argomento sul sito dell’Associazione culturale Simmetria www.simmetria.org.

[3] Oddone Zenatti, Una canzone capodistriana del secolo XIV sulla pietra filosofale, in «Archivio storico per Trieste, l'Istria e il Trentino», 4 (1890), pp. 81-117. Dell’autore della canzone si sa ben poco e il suo nome sarebbe Daniele da Capodistria o, secondo storici capodistriani, Daniele di Bernardo del Pozzo; il nome Rigino Danielli, da tempo di uso comune, secondo lo Zenatti, ibidem, si troverebbe solo a partire dall’opera di Giambattista Nazari Della tramutatione metallica sogni tre, in Brescia, appresso Francesco, et Pier. Maria Marchetti fratelli. MDLXXII.

[4] Ringrazio la Dr.ssa Tombesi per avermi cortesemente messo a disposizione copia digitale di questi sonetti.

[5] San Pier Damiani, discepolo di San Romualdo, è l’autore della sua biografia.

[6] Londra, British Library, Wellcome ms 117, c. 258v (data: 1486): Et haverete cossa che ve piaccia; Napoli, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele II, ms VIII G 70 (sec. XVII): La pietra trovarete, questo non vi dispiaccia; Giovanni Mario Crescimbeni, Dei commentari intorno all’istoria della volgar poesia, Roma 1711, III, I, p. 13: La pietra havrete, е questo non vi spiaccia.

[7] La ricostruzione degli eventi si basa sull’articolo del Manenti e sulla comunicazione personale di cui si è detto.

[8] Sul rapporto giuridico tra preparazione dell’oro alchemico e possibili influssi sulla circolazione delle monete d’oro si veda Francesco Migliorino, Alchimia lecita e illecita nel Trecento. Oldrado da Ponte, ed. Dedalo libri, Bari 1981; Chiara Crisciani, Alchimia, alchimisti e corti nel tardo Medioevo: documenti e racconti, in «Micrologus», 16(2008), pp. 133-157, in particolare pp. 138-142.

[9] Comunicazione personale della Dr.ssa Tombesi 8 Febbraio 2021.

[10] Per la precisione sedici sui trentacinque che ho potuto raccogliere nella versione originale.

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