La duttilità di una mente giovane e “moderna” non è necessariamente maggiore di quella di una mente anziana.

Ma, a parte i casi di inevitabile degenerescenza neurologica, in un anziano cambiano le metodologie di elaborazione, di accettazione o di censura delle idee; cambiano le capacità di autoironia (che a volte aumenta con l’età), cambiano i livelli e i filtri di attenzione e percezione del mondo (alcune cose non interessano più o sembrano assurde, altre sono fuori dei parametri di misurabilità).

Con l’età cambiano progressivamente gli apporti percettivi, dovuti alla lunga esperienza sensoriale ed elaborazione intellettuale. Spesso si acquieta la giovanile e istintuale furia reattiva giudicante, mentre si estende la profondità e la vastità della percezione stessa che dilaga in piani dell’essere inconoscibili nella giovinezza.

Ma esistono anche forme di cambiamento meno duttili ed estese. Alcuni, a qualsiasi età, operano una progressiva demolizione di quelli che erano i principi etico-educativi, i capisaldi filosofici o quelli religiosi (che tanto disturbavano l’apostasia del positivismo di Ardigò).

Altri invece si abbarbicano affannosamente ad un tradizionalismo di comodo dove le idee e gli ideali giovanili si sclerotizzano fino a diventare quasi paranoici e nascono, ad esempio, i cosidetti “pagani ad oltranza”, i “cristiani duri e puri”, gli “gnostici tantrico-ermetici” e una schiera impressionante para-tradizionale di detentori assoluti della conoscienza.

C’è da dire che una mente, o forse dovremmo dire un’anima realmente antica, non cade in tale trappola (e una mente antica ma non vecchia la può avere, grazie a Dio, anche una persona giovanissima) e, compatibilmente con l’educazione ricevuta, si muove con sistemi di percezione “antichi” o forse in alcuni casi dovremmo dire “principiali” o “sacrali” e quindi alieni dalle classificazioni pregiudiziali e dalle etichette che ossessionano gli “storici della verità”.

I parametri “antichi” possono sembrare ingessati (e a volte lo sono) ad una mente travolta dal divenire, invischiata nello sciogliersi parossistico e “modaiolo” degli eventi, obnubilata nel piacere dell’effimero.

Ma, in realtà, l’Antico dovrebbe essere espressione di un archetipo dell’Essere manifestato, e perciò anche di un mos non contaminato dall’isteria del cambiamento continuo, del “working in …progress”.

O per lo meno l’ontologia dell’ antico dovrebbe portare in una dimensione atemporale o meglio “perenne”.

I riferimenti meramente etici, così come cambiano aspetto da una tradizione all’altra, da una etnia all’altra, si sconvolgono con il passare delle generazioni relativizzandosi sempre più: in questi ultimi 100 anni tale devoluzione amplificata dallo stravolgimento operato dai media è stata incontenibile ed esiste un abisso comportamentale, anzi una vera frattura etica perfino tra un ventenne ed un quindicenne.

Siamo in un’epoca che ha sotterrato gli Dei ma sopratutto ha mutilato la vista di Mnemosine, impedendole di conservare la legittimità di un valore morale... per più di pochi mesi.

Ne deriva che una “ontologia dell’etica” (che ogni tanto qualche ripristinatore ottimista degli antichi costumi tenta di proporre) è alquanto contraddittoria e si perde in una palude in cui tutto è uguale a tutto, tutto può essere legittimo o illegittimo, niente è realmente male e niente è realmente bene.

Si passa facilmente da perbenismi asfissianti, da ritualità sclerotizzate (in un determinato contesto storico o politico) a licenziosità assolute e libertinismi autoreferenti, senza apparente soluzione di continuità. Chi è molto giovane non può avere la più pallida idea che, solo pochi anni prima, i rapporti fra gli uomini e i loro cosiddetti “valori” potevano essere abissalmente diversi.

Ciò che per una generazione o un ambiente era un freno inibitorio può diventare un acceleratore di “conoscenza”; ciò che poteva sembrare un limite, diventa un elemento di necessaria “trasgressione” o “liberazione”.

Viceversa, ad ogni cambiamento, si creano nuovi parametri, nuovi piccoli e grandi tabù e nuove leggi.

Quando, ad esempio, trasgredire o concedersi la possibilità di infrangere i cosidetti “tabù” diventa un atto di completa indifferenza o acquiescenza verso i propri istinti più animaleschi, allora accade che chi tenta di rispettare parametri consoni a principi etici o “etico religiosi principiali” ma travolti dal cosidetto progresso sociale, diventa … retrogrado e, necessariamente e chissà perché…anche un po’ fascista.

Sono note le polemiche in ambito religioso che hanno travolto la chiesa cattolica e le sue fughe progressiste di questi ultimi anni, su cui anche Simmetria ha espresso qualche opinione per così dire “vibrante”.

E’anche evidente che coloro che restano legati alla forma antica siano stati accusati di essere retrogradi, poco aperti al sociale.

Del resto anche i “tradizionalisti” d.o.c. hanno spesso ingessato la forma dimenticando a volte la sostanza.

Per questo, in ogni epoca, i riformismi sono stati sempre seguiti da controriformismi, in un perenne rimbalzo fra il tentare di mantenere un riferimento più vicino possibile alle rigide fondamenta ontologiche del Rito e del Mito e la tentazione di fuggire verso il “moderno”, il sociale, l’individuale, il personale.

Ciò che crea scandalo perché diverso dal mos o dalla forma consolidata spesso è un atto distruttivo. Altre volte, però, può essere costruttivo e necessario.

E scendendo dai massimi sistemi a qualcosa di molto più banale possiamo notare come la progressione acefala verso il “cambiamento” possa portare a vere e proprie barriere sociali nelle quali la coesistenza di comportamenti eterogenei diventa assolutamente impossibile.

Ad esempio: se per una determinata generazione era “normale”, per un uomo, alzarsi in piedi in un mezzo di trasporto pubblico per dare il posto ad una donna (anziana o giovane che fosse), oggi può essere un’offesa alla parità di genere. Per cui, pur essendo anziano, io mi sono sentito spesso in forte imbarazzo vedendo una signora in piedi. aggrappata instabilmente ad un corrimano, mentre schiere di uomini giovani e giovanissimi restavano seduti senza preoccuparsene affatto; e…avrei voluto alzarmi, come ho sempre fatto fino a pochi anni or sono (ma poi mi sono trattenuto pensando che il mio gesto poteva sembrare non una gentilezza ma una forma di “mobbing” o un disprezzo per la parità fra i sessi).

C’è da dire che il ragazzino con i jeans strappati sulle ginocchia seduto vicino a me, non si accorge né della donna né del mio imbarazzo e seguita a star seduto chattando col suo telefonino mentre si frulla il cervello dentro una cuffia che gli spara centinaia di decibel “tecno” nelle orecchie, drogandolo di rumore.

Potrei fare migliaia di altri esempi (molto più seri e importanti, dall’aborto, al fine vita, alla omosessualità ecc) da cui potrebbe apparire come in questa società sempre più relativizzata e disinteressata al cosidetto “prossimo”, una azione che per alcuni può risultare un tradimento o una offesa insopportabile, per altri è assolutamente irrilevante anzi a volte controproducente.

Questo problema porta ad alcune fatali incongruenze (più che incomprensioni) inter-generazionali o inter-razziali, o ambientali. Incongruenze su cui si divertono pedagoghi, psicologi, sociologhi che altrimenti, a mio avviso, resterebbero… drammaticamente disoccupati. Il che, a volte, mi ha fatto venire il sospetto che l’attuale accelerazione fanaticamente relativistica del mondo sia stata studiata a tavolino un secolo fa, da un gruppo fantascientifico di psicologhi assatanati e … sotto il ritratto divinizzato di Freud. Alla faccia dei complottisti.

Perciò, pur facendo ormai solidamente parte della schiera degli anziani, anzi dei vecchi, non mi sento più di esprimere alcuna conclusione.

Tutto rimbalza nel relativo e nell’esercito degli egoismi di chi non riesce a vedere nulla oltre un centimetro dal suo naso; un esercito di esseri disperatamente soli anche se contornati da piccoli e grandi schermi che li illudono d’essere connessi a qualcosa o a qualcuno. Un esercito assolutamente indifferente a ciò che non lo riguardi direttamente, che non lo colpisca negli interessi immediati. Un esercito di giudici senza giudizio, di sadici alla ricerca di una vittima invisibile, di lanciatori di prime seconde e terze pietre, tutti regolarmente senza peccato.

Insomma… un esercito di zombi.

E’ veramente e forse irreversibilmente cambiato l’ambiente in cui si diffondono i pensieri, il parlare, lo scrivere. E la scuola ne è un esempio clamoroso su cui abbiamo riflettuto in altre occasioni.

E’ molto difficile capirsi al di la del senso elementare del discorrere, dell’elencare, del citare, dello storicizzare, della necessità del momento, del ripetere a pappagallo quel poco che si è fissato nella mente. Manca un elemento fondamentale: l’empatia cardiaca che prosegue il contatto al di fuori del contingente.

Le parole, attaccate alle distorsioni e alle illusioni di chi le pronuncia risuonano amplificate e distorte come dentro un’ enorme cattedrale deserta, dove mille echi ne ripetono ossessivamente alcune, mentre altre scompaiono nel vuoto. Per cui tutti parlano, tutti dicono e nessuno ascolta sul serio il senso del suono che sbatte sui muri e sulle volte. Prima di tutto il suono di se stessi.

Mi viene perciò sempre più in mente un grande principio, difeso da una delle persone che più ho amato e rispettato nella mia vita e che, a mio avviso va oltre qualsiasi relativismo o oltranzismo di facciata. Principio attraverso il quale, a mio avviso è ancora possibile una discriminazione fra ciò che è vanità e volgarità del parlare, del fare e dell’essere. Un “pricipio” che riesce a distinguere senza giudicare ciò che è giusto (eticamente, spiritualmente, filosoficamente) e ciò che non lo è:

Quando il cammino è facile, popolare, aggregante, sensorialmente gratificante, denso di riconoscimenti, indifferente al dolore del prossimo e lontano dall’autocritica…. è quasi sicuramente errato.

Quando un cammino è difficile, nobile, aspro e selettivo, poco accessibile, poco conosciuto e comprensibile, spesso mortificante e spietatamente autocritico ma sempre profondo… è probabilmente giusto.

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