Non è mica facile esser vecchi. Anzi forse è una fregatura (così sosteneva mio padre, contestando fortemente il “de senectute”).

Prima di tutto perché, a detta di chi è giovane o peggio si crede tale, per principio i vecchi dicono cose noiose e perciò non stimolanti per una mentalità autocelebrantesi come “giovanile” festaiola, a caccia di affermazione e successo.

Inoltre i vecchi si muovono più goffamente… cioè da vecchi; sono spesso malandati…cioè “funzionano” poco. Non corrono come razzi per le scale… cioè hanno l’artrosi e l'enfisema. Ci mettono un sacco a trovare i soldi per dare il resto al mercato quando fanno la spesa...cioè non sono lucidissimi. Inoltre (orrore) non capiscono nulla sull’uso degli smartphone, parlano male inglese, guidano male l’auto e si fermano al semaforo anche quando è verde, non sono produttivi, occupano spazio, non sono sessualmente interessanti.

Per cui la società post bellica, o meglio lo stato, ha pensato bene che fosse meglio radunarli come pecore negli ospizi, in strutture che abbiano spazi per ballare il latino-americano o le mazurche, e giocare a carte. Ohhh! vedi come sono contenti i vecchi a ballare le mazurche?

Ci sono pure le coperative che li assistono. Ah si, in qualche casa di cura li picchiano un po’, perché magari sporcano il letto e non sanno più mangiare da soli. Oppure perché si lamentano! Ma di che si lamentano, hanno il loro spazio, no? Ah…dicono che sono estromessi dalla società“civile” e si sentono disprezzati? Beh hanno smesso di produrre quindi è bene che si riposino "civilmente" e muoiano senza rompere ulteriormente le scatole..

1161 NONNOIn questi giorni i vecchi muoiono come mosche… passando dalle “case di riposo” al riposo eterno.

Case di riposo? Ma che vuol dire? Anticamera dell’obitorio? E perché si devono riposare ‘sti vecchi? Pensa quanto costano! Ohiboh! che spreco.

Eutanasia? Beh no, pare brutto…ma mo’ ci pensiamo. Quanto rendono? ah si, ci lasciano la pensione e alcuni gestori di “case di riposo” sono diventati ricchi con sovvenzioni varie.

Già, non ci avevo pensato, sotto questo aspetto forse sono ancora utili.

Ehi tu, piglia a schiaffi quello li, che si vuole alzare dal letto, sto cretino!!

Si…a volte accade anche questo.

E non sto dicendo stupidaggini. Lo abbiamo visto con disgusto in tante indagini della polizia, assai prima che ci fosse questa epidemia. In alcuni asili come in alcune case di riposo (fatte salve le strutture migliori) abbiamo visto episodi raccapriccianti: cioè la violenza esercitata contro chi non è in grado di difendersi

Fa schifo? SI.

Però, signori e signore, arrivati a questo punto vi do una travolgente informazione. Una anteprima assoluta. Una notizia incredibile e riservata ai lettori di questa pagina, uno SCOOP sensazionale:

sappiate che non a tutti i vecchi piace riposarsi, anzi a pochissimi.

Il che vuol dire che, molti di loro, quando li sbattiamo a “riposarsi” si incazzano come bisce oppure si rassegnano nella loro disperazione, nella loro segregazione, nella loro impotenza.

I contadini, ad esempio, difficilmente si riposano ma preferiscono morire sui loro campi e, guarda un po’, ci sono pochissimi contadini nelle case di “riposo”. Gli artigiani non si riposano, creano le loro opere anche con l'ultimo filo di forza. Gli scienziati, i ricercatori, gli artisti, difficilmente si riposano. Pensate un po' che strano: amano lavorare fino all’ultimo giorno.

Invece si “riposano” alcuni di quelli che vanno in pensione con la mente già addormentata dalla monotonia di un refrain alienante e ripetitivo perché purtroppo il mondo produttivo non ha avuto modo di offrire altro. Si riposano quelli che hanno vissuto come obiettivo il rapporto lavoro-guadagno e che ora, raggiunta la pensione...non sanno più che fare; tutti quelli che, usciti da una settimana di noia stressante, dilagano negli stadi la domenica a "fruire" di stordimento di massa di vario genere.

Va a riposarsi, anzi ad alienarsi nell’abulia, chi si è annoiato a morte sopra un lavoro che reputa inutile e lontano dalla natura e dai suoi interessi profondi. E ovviamente ci va anche chi tali interessi non li ha mai coltivati o chi, terminata la discussione sulla partita, non sa più di cosa parlare.

Chi ama realmente la bellezza del suo lavoro non si riposa mai.

Diceva mio nonno materno che il miglior riposo consiste nel cambiar lavoro. E lui lo ha fatto fino al suo novantaseiesimo anno di età senza conoscere mai un giorno e una notte in cui non lavorasse, non costruisse qualcosa per il piacere di farla e di condividerla.  

Ma oggi la società si domanda: cosa può fare un vecchio oltre che giocare a carte o rimbambirsi definitivamente davanti alla televisione? Ah si, a volte sembra che sia abbastanza utile per tenere i bambini al posto dei genitori e magari portarli a spasso come fanno stucchevolmente vedere in televisione quando parlano dei nonni baby sitter; ma poi il suo compito finisce li e deve levarsi dalle balle.

Bene: tutto questo, grazie alla Pandemia ia ia ooh che ci sta affettuosamente ammazzando,,,cambierà.

Faccio queste sconvenienti considerazioni perché ormai da molti anni serpeggia nel nostro mondo civile un sommesso messaggio eugenetico che valuta il diritto alla vita, in funzione della "utilità" o del fastidio che questa vita può dare ad altri. 

Siamo tutti come mucche di allevamento? Si presuppone che una mucca vecchia in età non produttiva debba cedere il posto ad una giovane perché ha una maggiore aspettativa di vita e di produzione di latte, no?

Insomma stiamo dicendo, ad esempio, che gli ultimi anni di vita di un uomo vecchio valgono molto meno dei primi anni di vita di un uomo molto giovane.  Valgono…in che senso? Nel senso che un vecchio ha ormai espresso se stesso e ha vissuto la sua vita mentre un giovane deve ancora trovare la sua strada e i suoi "spazi"?

Potrei essere d’accordo, anzi lo sono. Ma allora mi domando, più cinicamente, quale sia l’età giusta per ammazzare i vecchi in modo che facciano largo ai giovani e non pesino sulla società?

E quale invece possa essere il criterio per ammazzare i bambini non ancora nati perché, nascendo, romperebbero le balle alle madri e ai padri che hanno altro da fare. 

Provate a pensare quanto è giovane un bambino ancora nell’utero, in confronto alla mamma e al padre che lo hanno generato. I genitori sono infatti spaventosamente vecchi nei confronti di un nascituro. Vero?

Ma non sarà che ci permettiamo questa piccola eugenetica familiare proprio perché il bambino non si può difendere? Pensate se il nascituro fosse come Superman e dall'utero lanciasse raggi laser a tutti quelli che provano a ammazzarlo? Sai quanti aborti in meno ci sarebbero!

Per la miseria! in questo caso il processo eugenetico si inverte: ammazziamo quello che deve ancora nascere e preserviamo il vecchio? quale è, in questo caso, la legge che stabilisce chi è che deve vivere e chi è che deve morire? 

Mi sa che c’è qualche contraddizione grave nelle leggi e nell'etica umana, qualche groviglio psichico inconfessabile che propongo qui, come cinico divertissement, come koan di conflittuale soluzione. Io, essendo vecchio e quindi "di parte", ho le mie idee e credo  di avere anche la soluzione del koan, ma non la rivelo e chiedo scusa, sono vecchio. 

A questo punto sarei fortemente tentato di esibirmi in un discorso filosofico, magari un po' erudito, ontologico e filologico, pescando nei miti eroici, tra i prometei di ogni tradizione alla ricerca dell'eternità, dello ius e del fas e non limitarmi ai calembour che ho proposto qui sopra. Ma lo eviterò accuratamente e, in luogo di una esibizione dottrinale vi racconterò un episodio del secolo scorso.

Siamo nel 1943.

A Roma c’era un bambino di pochi mesi che, come tanti altri in quegli anni, stava morendo (di fame): la madre non riusciva ad allattarlo e stava in ospedale (durante i bombardamenti di Roma) e il padre stava in galera per ragioni politiche.

Il nonno, nonostante una grave forma di cancro alle ossa, senza dire nulla a nessuno, prese un treno stracarico verso il Molise. Passò un giorno intero, quasi sempre sul pedellino del treno e tutti i familiari preoccupatissimi si domandavano dove fosse andato. Tornò, dopo tre giorni, malandato e ferito, con dei sacchi di patate e carote. Era accompagnato da una donna che “faceva il mestiere più antico del mondo” che aveva perso (senza grandi rimpianti, in verità) il suo bambino, nato da una breve relazione con un pilota (americano o tedesco non si è mai saputo).

Questa donna prese ad allattare il bambino di questa storia, che sopravvisse e anche la madre del bambino col tempo, guarì mentre la “allegra” ma provvidenziale  balia, dopo un anno, ritornò festosamente a fare lo stesso mestiere di prima, tra i piloti della RAF.

Ovviamente sto parlando di mia madre, di me e di mio nonno Alarico. Nonno Alarico morì dopo due anni, straziato dalle malattie contratte e dal tumore che lo aveva devastato. Io ne ho un ricordo flebile ma conosco le sue avventure generose compiute a favore di uomini e donne conosciuti e sconosciuti. Scelse lui di dare tutto se stesso per la vita dei giovani e per la mia in particolare.

Ecco ripeto: scelse lui di farlo, senza enfasi, e nessuno pensò mai di confinarlo in un ospizio o di scegliere se farlo morire o meno. Allora era “impensabile”, nonostante la guerra.

E’ giusto, non è giusto? Nessun discorso etico per carità. Sono solo riflessioni.

Purtroppo ero troppo piccolo per ringraziarlo ma quando morì aveva intorno a se tutti i suoi cari, in religioso silenzio mentre li salutava, li ringraziava e li benediceva. E io ho ancora tutti i suoi libri di filosofia, di liturgia, di medicina, di storia e di ermetismo che fanno parte della mia grande biblioteca. Era mio nonno paterno, e quando morì non era così vecchio come sono io oggi.

 

Commenti  

# Antal Nagy 2020-04-05 19:05
Buona quarantena a tutti innanzi tutto. Queste editoriale mi ha stimolato a cercare una risposta che ovviamente non avrei da offrire, tanto meno ora mentre mi accingo a lasciare un piccolo commento in coda a questo articolo. Tuttavia mi ha portato a ritrovare dei temi già trattati sia nei libri che negli incontri tenuti a Simmetria, circa la scelta, la responsabilità, la discriminazione, la giustizia, per citarne alcuni, inevitabilmente connessi a quanto sopra esposto. Azioni e attributi che oggigiorno sono più che mai ambigui per come vengono interpretati e proposti, attraverso la grande ipocrisia del 'politically correct', 'open minded' e 'cruelty free', le nuove 'virtù' dell'uomo post-moderno.
# Claudio Lanzi 2020-04-06 15:50
Riceviamo dal prof Lamonaca questo commento
che condividiamo integralmente

Caro Claudio,
non riuscendo a risponderti sul sito, ti scrivo sulla tua posta, rispondo ai tuoi editoriali, che ho molto gradito.
Osservo con stupore e confusione ciò che sta succedendo. Confesso di sentirmi come don Ferrante dei Promessi Sposi che con indulgente supponenza andava dicendo alla moglie Prassede che la peste era solo una diceria dilagante… e poi morì di peste!
Se la storia del passato può avere un qualche valore mi rendo conto che non sempre dopo il Diluvio viene la torre di Babele; questa talvolta lo precede e l’accompagna.
Forse è un’esagerazione paragonare al Diluvio un’influenza piuttosto contagiosa spacciata per pandemia, ma le conseguenze della torre di Babele mi preoccupano di più.
Ma non è questo ciò che volevo comunicare, quanto il paradosso che deriva da questa anomala situazione. Talune reazioni diffuse, frutto spesso di una intensa emozione, sembrano mettere in luce un bisogno diffuso di religiosità, segno modesto dell’esigenza del sacro; per quanto il più delle volte assume solo e semplicemente un atteggiamento devozionale.
Ma cos’è questo sacro, mistero inspiegabile, che ci avvolge e ci accompagna in ogni momento della vita? Non lo so, o meglio, non so dirlo con le parole. Posso dire solo che i comportamenti degli uomini, nei confronti di questo mistero che ci prende e ci coinvolge, sono molteplici.
C’è un approccio emotivo, sensoriale, espresso semplicemente, quando sentito, in modo devozionale e praticato in forme religiose e istituzionalizzate relative ai tempi e ai luoghi.
C’è anche un approccio razionale, filosofico e teologico, o che si ingegna di ricondurre il sacro ad un fenomeno psichico, spiegabile attraverso metodologie pseudoscientifiche.
C’è un approccio mistico, iniziatico, che riconosce allo spirito la possibilità di pervenire alla sua intima partecipazione.
Qualunque approcciò può essere importante o significativo, se questa esigenza si fa sentire.
Dunque... viva la pandemia se riesce a svegliare emozioni che una società stordita da un materialismo dilagante e da un delirio di onnipotenza non ascoltava più.

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