altIl lavoro è una cosa seria, che ha assunto significati assai diversi a seconda del contesto sociale, politico, scientifico o filosofico, nel quale viene usata tale parola.
Partiremo perciò da molto lontano, da un argomento apparentemente estraneo ai nostri interessi, e cioè dal primo articolo della nostra Costituzione, che dice che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Tale affermazione, che, nell’intenzione di chi l’ha scritta, apre e giustifica la costruzione di uno stato e che quindi si riflette sul pensiero, sull’orientamento, sulla vita materiale e spirituale di un'intera nazione, ha notoriamente creato molte difficoltà interpretative nella mente di tanti cittadini per via di un fastidioso disagio semiologico, che si riflette sul senso stesso di famiglia, di società, di gruppo, e quindi perfino di Stato, in cui l’equazione che consente di trasformare il lavoro in una “virtù repubblicana” è troppo difficile da risolvere.
Perciò, anche se sono assai impreparato in materia legislativa, in queste brevi note vorrei tentare di ragionare da semplice cittadino che cerca di capire come si possa fondare uno Stato senza definire bene cosa si intenda per principio fondante.

La parola italiana lavoro deriva dal latino labor che vuol dire fatica, pena. I dizionari etimologici danno la probabile derivazione da labi nel senso di scivolare, cadere, come la lava (stessa radice linguistica) che si flette e scivola verso il basso. Il lavoro, in tal senso (seguendo il Devoto, il Migliorini, il Carassini e altri) [1] sarebbe quindi un’attività che produce caduta e sofferenza.
Se accettiamo questa preoccupante semiologia dovremmo ammettere che la Repubblica Italiana è fondata sulla sofferenza, sulla pena e sulla caduta. E fondare uno stato sulla pena sarebbe sadico. Ma ammesso comunque che l'etimologia sopra citata sia accettabile, appare chiaro che lo spirito costituzionale sottintenda che, se uno vuol essere un repubblicano d.o.c., deve essere un “lavoratore” e quindi, come si dice a Roma, “ha da soffrì ”.

Purtroppo la mia scarsa attitudine in cose giuridiche viene posta ancor più in travaglio dall’articolo 4 della suddetta Costituzione dove si dice che: "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società". Allora mi domando: com’è possibile che il lavoro sia un diritto di tutti e, nello stesso tempo, debba essere promosso? Un diritto c’è oppure non c’è. Se va promosso vuol dire che non c’è (o c’è solo parzialmente per alcuni, oppure è difficile esercitarlo); e allora, forse, non sarebbe più giusto chiamarlo “possibilità” e non diritto?
La mia confusione viene ulteriormente incrementata dalla seconda frase dell’articolo 4, dove si dice che ogni cittadino ha il “dovere di svolgere un'attività o una funzione che concorra etc.”. Questa attività e questa funzione, che ora sono diventate un dovere, sono anch’esse un lavoro? Ma il lavoro non era un diritto? Oppure le parole attività e funzione indicano qualcosa di diverso dal lavoro? Se così fosse vorrebbe dire che si può essere repubblicani anche senza lavorare (ehem…evviva, ora finalmente mi spiego tante cose). Quindi la Repubblica Italiana non sarebbe basata sul lavoro ma sulla funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società che però, mistero dei misteri, è anche un “obbligo”?

Ora non voglio creare un ulteriore bisticcio fra il termine latino ius, che ha una portata assai più vasta, e il termine italiano diritto. Mentre infatti il primo ha un senso sacrale, il secondo è oggi assai più assimilabile al senso di “pretesa”. Rinvio ad altri testi[2] l’approfondimento di tali differenze, ma mi domando, in assenza di una chiara idea sul “lavoro”, come si possa definire cosa sia un lavoratore. Ad esempio, un artigiano che produce cestini di vimini e magari si diverte a farli, va considerato un lavoratore oppure no?
Mi spiego ancora meglio. La fatica, la pena del lavoro, sono proprio indispensabili per essere repubblicani? Se per esempio faccio l’orologiaio e mi diverto ad aggiustare orologi, e magari lo faccio di notte invece che di giorno, sono un lavoratore, un trozkista, uno stakanovista, un anarco-insurrezionalista, un fascista, un matto? Insomma, sono degno d’appartenere alla repubblica o no? E il contandino che possiede il suo ettaro di terra è un lavoratore o no? Piantare zucchine e patate, riuscendo a malapena a sfamare sé stessi e la propria famiglia, senza aver modo di sfamare la società né elevarla spiritualmente, va considerato un “contributo al progresso materiale e spirituale della società” oppure no? C'è poi il problema dell’orario. Un lavoratore “dipendente” di un ufficio di norma ha un orario di lavoro e un contratto, che dovrebbe mettere in relazione le ore di prestazione fornite al denaro che riceve (cosa che non sempre accade, sia per negligenza da una parte, sia per taccagneria dall’altra o per tante altre ragioni). L’artigiano, invece, decide autonomamente il suo orario. Ma l’articolo 36 specifica chiaramente che il lavoratore: "non ha il diritto di rinunciare alle ferie" e agli altri giorni di pausa. Dunque esiste anche un obbligo a interrompere il lavoro. Quale? Quello dipendente o quello autonomo?

Non voglio disquisire sull’onestà che dovrebbe definire i rapporti tra colui che lavora, colui che acquista il prodotto lavorato, e colui che gestisce il lavoro di altri oltre al proprio. Vari articoli giuridici costituzionali e non disciplinano la materia, anche se, a quanto pare, non riescono sempre a chiarirla. Mi limito a cercare di comprendere il senso delle parole e per ora mi sembra che nello stesso spirito costituzionale esistano almeno due categorie diverse di “lavoratori”. La prima chiama le sue prestazioni col nome di lavoro, la seconda col nome di arte o mestiere o opera. E ho l’impressione che costituzionalmente sia considerato più “lavoratore” il dipendente, mentre l’artigiano o il “libero professionista” (più frequentemente chiamati “autonomi”) rientrino con maggior difficoltà nei concetti espressi costituzionalmente . Ma allora quand'è che un lavoratore diventa artigiano e un artigiano lavoratore? Forse quando uno si diverte e l’altro pena? Forse quando uno ama ciò che fa e l’altro lo sopporta, quando non lo odia?
Sembrerebbe perciò che, se colui che s'impegna a costruire o a far crescere qualcosa, ama la cosa che sta facendo, frutto della sua creatività e abilità, l’opera diventi arte (e questo vale per l’idraulico che mette una guarnizione a un rubinetto come per colui che progetta un ponte o un sommergibile). Invece,  se colui che “lavora” relaziona il suo impegno esclusivamente al denaro che ne riceverà in cambio (mentre il suo tempo è vincolato a orari e impegni predeterminati) la sua opera diventa lavoro, cioè pena.
Sembrerebbe anche che sia proprio questo penare (che è misteriosamente un diritto per l’articolo 1 mentre diventa un dovere per l’articolo 4) a trasformare un semplice essere umano in un repubblicano e sembra perfino che l’autonomia, soprattutto se non produce pena e non rende abbastanza infelici, sia cosa poco gradita, poco confacente a una repubblica democratica come la nostra.

Ora, lasciando da parte ogni ironia, ci si può domandare quale sia l’opera che dona diletto e quale sia invece quella che produce pena. Nel celeberrimo Tempi Moderni di Charlie Chaplin era assai difficile individuare una qualche forma di diletto in colui che, per tutto il giorno, stringeva gli stessi bulloni ed era altrettanto difficile relazionare il manufatto a espressione d’arte. Il lavoro, a cui anche Chaplin accedeva per diritto, ma soprattutto per necessità, lo trasformava in uno schizofrenico, sgranocchiato da una macchina che lo digeriva tra i suoi ingranaggi. E ci si potrebbe domandare per quale ragione un’attività che può rendere alienati e schizofrenici, che può sviluppare (come ha sempre sviluppato) odio di classe e tedio debba essere considerata un diritto auspicabile. Un diritto che rende nevrastenici e che sviluppa odio fra chi lavora e chi “fa lavorare” a me sembra un gran brutto diritto, sia che venga chiamato “arte” sia che venga chiamato “lavoro” o “mestiere” o “professione”, e non riesco a capire cosa c’entri con la “forma” con cui si organizza uno stato (repubblica, monarchia, dittatura, impero, tecnocrazia, etc.).
Forse ci può consolare pensare che, a monte della Costituzione Italiana, abbiamo una costituzione enormemente più antica, che apre in una maniera assai precisa e devastante l’inizio di tutti i rapporti umani col lavoro, comunque esso venga inteso.

altDice infatti la Genesi, dopo la cacciata dei nostri progenitori dal Paradiso: “maledicta terra in opere tuo: in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae… in sudore vultus tui vesceris pane, donec revertaris in terram, de qua sumptus es; quia pulvis es et in pulverem reverteris”.
Potrebbe sembrare che tale frase stabilisca definitivamente (in quanto pronunciata dal più grande Ministro del Lavoro dell’universo), che il lavoro, considerato nell’accezione semiologia da me proposta, sia effettivamente una grandissima fregatura. Ma, da questo punto in poi ci permetteremo un piccolo vezzo, pregando gli amici che hanno avuto la bontà e la pazienza di seguire le nostre assai sbrigative divagazioni costituzionali, di attribuire un senso un po' più vasto alle nostre parole. Riteniamo che tale senso sarà facilmente fruibile per chiunque s’interessi, anche superficialmente, d’ermetismo.

Alcuni profeti del business americani o giapponesi, soprattutto a metà del secolo scorso, hanno giocato molto su parametri che riescono a creare motivazione, quando non entusiasmo, anche nell’operare intorno a qualcosa di estremamente ripetitivo, noioso o, come si usa dire oggi in sindacalese, “usurante”. Tali parametri hanno insistito sulla affiliazione del lavoratore alla sua opera, sul senso di squadra, di gruppo, su ”l'unione delle forze di molti” per ottenere un risultato collettivo (indipendentemente dal fatto che i beneficiari economici del risultato fossero pochi o molti). Ciò è accaduto sia nei sistemi comunisti sia in quelli capitalisti, e si è sempre cercato di motivare il prestatore d’opera all’opera stessa o alla “squadra”, o alla “superfamiglia-azienda” o infine allo stato, proponendo un fine superiore rispetto alla retribuzione e alla gratificazione personale.
In Giappone (ma anche in America) tale “senso d’azienda” è ancora molto forte e produce interessanti risultati (spesso ai confini con la religiosità corporativa medioevale che caratterizza alcuni aspetti della società nipponica), ma viene sempre più integrato, sia in Asia, sia in America, dalla spinta alla competizione interna. Viene cioè proposto, come obiettivo “nobile”, quello del “successo”, della scalata al potere e del maggior guadagno, a discapito del prossimo e al di là di qualsiasi confine etico. E chi non ottiene il “successo” che vorrebbe va dallo psicoanalista per ripristinare le sue coordinate sociali.

Tale aspetto è stato enfatizzato da alcuni psicoantropologhi come molto “tribale” e perfino molto “guerriero”, dimenticando che le strategie proposte utilizzano, al posto del coraggio e della forza propri delle “virtù” di una società “primitiva”, la scaltrezza e la malignità proprie di una società evoluta e tecno-ubriaca come la nostra. Ciò stravolge totalmente qualsiasi direttiva etica. Il “premio d’azienda” o il successo del “gruppo” o della struttura in cui si è inseriti, ha una caratteristica esteriore assai simile al premio spirituale post-mortem, che viene promesso al cristiano se opera correttamente in vita. Entrambi sono premi ineffabili e hanno un impatto meritocratico.
Sotto tale profilo il trasferimento in un'ottica materialista di una metodologia propria della religione è stato assai sfruttato; lo stesso Marx utilizzò grandemente le categorie religiose per trasferirle nel suo sistema economico-politico “laico”. Ne abbiamo parlato in altre sedi raffrontando la liturgia materialistica a quella spirituale e sovrapponendo gli strumenti liturgici uno a uno (icone, devozioni, riti, inni, colori, stendardi, processioni, cori, etc., v Simmetria n° 2, 3 e 4).
La variante “capitalistica” dell’impostazione marxista, propone però con maggior forza un risultato assai più visibile e fruibile su questa terra: un riconoscimento immediato in potere e denaro, un sopravanzamento sugli “altri” e un riconoscimento di “supremazia” a breve. Tale metodica, che definiamo di “carriera”, non è estranea alle sedicenti confraternite spirituali che operano assai spesso con gli stessi metodi che rimproverano all’industria. Il discorso delle “medaglie” occulte o palesi che siano, ha fatto sì che sia la “santificazione” sia il “primato magico” (e metto nello stesso calderone alcuni occultisti e alcuni organismi parareligiosi) abbia prodotto una rincorsa sfrenata fra ego deliranti, in cui tutti studiano sempre più da maestro o da santo e nessuno studia più da allievo.
Questi sistemi di spinte motivazionali al lavoro (come pena transitoria utile al raggiungimento di un maggior benessere a breve) hanno retto fino a qualche decennio or sono, ma sono oggi completamente superati da sistemi assai più sofisticati, basati sull’obnubilazione mediatica delle menti. Ne abbiamo in parte parlato negli editoriali precedenti dove abbiamo cercato di stigmatizzare l’abitudine di proporre soluzioni facili ai problemi dell’uomo, sia d’ordine materiale che spirituale, sovrapponendo spesso i due obiettivi (vedi quanto operato da alcune sette controiniziatiche che spingono moltissimo sul rapporto fra pratica pseudo-spirituale e ottenimento dei beni terreni).


Ora vorremmo tornare all’argomento da cui siamo partiti e cioè al lavoro inteso come opera dell’uomo che cerca di estrarre dalla terra i frutti per il suo sostentamento. Il giudizio su tale Opera è stato da sempre accompagnato dall’analisi dei frutti della Terra. Se tali frutti sono buoni, al concetto di bontà si è spesso abbinato quello di bellezza e di risalita verso l’Artefice che ha inizialmente confinato l’uomo sulla Terra. Ma giudicare per “risultati” rischia di nascondere lo “stato dell’arte”, cioè l’interregno in cui un’Opera si completa, man mano che colui che la realizza aggiunge nuovi particolari all’azione. Il “presente”, categoria misteriosa inseguita per vie diverse sia dalle discipline zen, sia dall’ascesi apofatica, è l’elemento che si nasconde in ogni Opera, in ogni lavoro spirituale. Il lavoro (inteso anche come fatica, in questo caso) può essere di per sé premiante proprio se svincolato dall’ansia da prestazione e dal ricordo o dall’attesa di qualsiasi riconoscimento pubblico o privato, che devii l’Attenzione dall’Opera.
Tra il momento in cui colui che opera sollevando, ad esempio, un martello, e quello in cui il martello colpisce l’incudine, si crea uno spazio-tempo sottoposto a infinite regole. Se la manovra è composta nel giusto modo il risultato sarà sempre “giusto” e bello (anche se apparentemente spiacevole), altrimenti sarà comunque “sbagliato” e brutto (anche se apparentemente gradevole). Ma i microistanti che contraddistinguono le fasi di avvicinamento del martello all’incudin hanno tutti una vita propria, autonoma, hanno una loro bellezza, una loro finalità, una loro armonia e una loro variabilità. Ma è assai difficile vederli senza la necessaria attenzione. Il risultato è vincolato a una successione infinita di tali istanti.
Se chiamassimo tali istanti col nome di “mezzi” potremmo dire che il fine non giustifica affatto i mezzi ma che in ogni mezzo è contenuta la nobiltà o l’indegnità del fine.

Sembra incredibile che un effetto visibile e confinabile sensorialmente (e che può essere piacevole o spiacevole) sia il risultato di una successione spazio-temporale indefinita, quasi impercettibile nella sua velocità e difficilmente apprezzabile nei suoi particolari e nella sua eleganza. Questo dovrebbe far riflettere su quale sia l’importanza e la bellezza che è possibile individuare in qualsiasi gesto (o in porzioni del medesimo), purché l’atto sia inserito e nello stesso tempo contenga un'Opera che trascende l’atto stesso, lo sublima e lo rende perfetto.

Purtoppo, maggiore è il numero degli intermediari meccanici (o mentali) che mettiamo tra la volontà, il gesto dell’operatore e il raggiungimento del risultato, maggiore sarà l’estraneità di colui che opera rispetto al risultato conseguito e minore sarà la nobiltà e la bellezza del gesto dell’operatore stesso.

altOra noi sappiamo come l’Opera o l’Arte abbiano, nel linguaggio ermetico, un senso vastissimo e in verità anche la pena (o il lavoro) di colui che opera è prevista abbondantemente nel viaggio iniziatico (e non è confinabile nell’Opera al nero, ma accompagna ogni fase dell’impresa). Perciò i cultori di un certo tipo di Arte non dovrebbero lamentarsi se al concetto di lavoro si abbina quello di pena, perfino se viene citato all’inizio di uno statuto politico. 
Ma, per la società della materia e del consumo la pena e il lavoro sono una conseguenza dell’assenza d’Amore per l’Opera e soprattutto della vacuità dell’opera richiesta che non ha nulla di sublime o spirituale. Il lavoro richiesto ordinariamente è funzione esclusiva del “benessere psicofisico” raggiunto (o della bellezza fisica, o del prestigio eTc.). E proprio in tal modo il cosiddetto progresso mortifica qualsiasi speranza dell’anima.
In un'ormai sempre più utopica società, connessa in qualche modo allo spirito, la bellezza è invece svincolata dall’uso e dalla fruizione economica, è realmente libera da qualsiasi mercimonio e quindi assolutamente incompatibile con quel tipo di lavoro di cui abbiamo parlato all’inizio: è l’eterno problema di Marta e Maria. Lo spreco di profumi e il massaggio ai piedi del Cristo non era considerato né utile né bello, eppure partecipava di una bellezza e di un'utilità straordinaria e metteva in atto istantaneamente un premio invisibile insito nell’atto stesso, nei singoli istanti in cui era compiuto. Maria fruiva, anche e soprattutto in questa terra, della sublimità di un lavoro splendidamente inutile, allargando generosamente la fruizione e la bellezza del suo gesto anche a Marta e a tutti coloro che non ne avrebbero mai capito il significato.

Claudio Lanzi

Questo editoriale si accompagna a tre particolari immagini che hanno una straordinaria valenza spirituale e alchimica. La prima è l'Adam, appena confinato sulla terra, che inizia a lavorarla (Monreale), la seconda è una tarsia di Lorenzo Lotto proveniente da Santa Maria in Bergamo e la terza proviene dalla cattedrale di Chartres. Le tre immagini, pur appartenenti a luoghi e tempi assai distanti fra loro, affrontano tre aspetti cardinali del tema del "lavoro" e dell'Opera. Forse si tratta di quelle modalità di lavoro (rare) che nobilitano l'uomo, e mi auguro che integrino efficacemente quanto ho solo fugacemente accennato.

[1] G. Devoto – Dizionario Etimologico, Le Monnier, Fi 1968, AA. VV:  Dizionario Etimologico  Rusconi Rn 2004, B. Migliorini- A.Duro, Prontuario Etimologico, Paravia 1950 – A. M.Carassiti Dizionario Etimologico, Gulliver 1997

[2] Claudio Lanzi, Maleducazione Spirituale, ed Simmetria.

Fai il LOGIN o REGISTRATI per inserire commenti