Come titolo dell’editoriale ho usato l’abusatissimo nome che nelle ultime settimane ha invaso prepotentemente l’Italia, facendo scempio della discrezione, del rispetto e della riservatezza che dovrebbe preservare la sofferenza e la morte: ma questo editoriale era in fieri da tanto tempo, e ho aggiunto solo alcune righe per adattarlo a una vicenda che, comunque, non ho intenzione di commentare. Premetto che chi non conosce l’angoscia del dolore (quello vero, insopportabile che fa urlare fino a perdere la voce), chi non ha vissuto per mesi o per anni vicino alla sofferenza, o al delirio della mente sottoposta a strazi inauditi, chi non ha visto i suoi figli o i suoi parenti sottoposti a martirii inenarrabili, chi non ha visto una camera di rianimazione (meglio definibile come camera degli orrori), non può capire quanto segue. Mio padre, tra un intervento e l’altro sul suo corpo di quasi centenario, ha scritto un libretto molto bello, anche se semplice, in cui, alla fine chiedeva d’essere lasciato in pace. E scrivo queste note per rispetto a lui, che non è più su questa terra, anche se è vicinissimo al mio cuore, e anche per amore verso tutti coloro che ho visto soffrire.

Sì, ora che è morta faranno delle leggi. Ma questo non cambierà nulla, nulla, nulla. La vita e la morte sono una cosa seria che va ben al di là delle esibizioni libertarie o fideistiche della politica. E durante la vita si può cambiare idea tante volte. Ho visto persone che avevano sempre detto di voler morire "dignitosamente" attaccarsi a un briciolo di vita in più. E viceversa ho visto persone chiedere di morire per un mal di denti. Alcune si sono confessate in preda alla paura di morire, altre hanno maledetto Dio fino all’ultimo istante. E ho visto anche persone, dentro gli ospedali, mantenute in vita orribilmente. E alcuni, usciti da quest'inferno di sofferenze, magari durato mesi o anni, hanno ringraziato, con le lacrime agli occhi, i medici che li avevano "salvati", anche se erano rimasti storpi o comunque sofferenti. E, viceversa, ho visto altri maledire coloro che li avevano costretti a vivere una vita che non sopportavano e non consideravano più degna d’essere vissuta. Tutti sanno fare gli eroi quando sono "forti" e sanno dire "voglio morire in piedi", ma non è la stessa cosa quando si è deboli e dipendenti dagli altri.
Si può cambiare idea, in un senso o nell'altro e si può non aver la forza di dirlo. Non è detto che, anche nella sofferenza più atroce, si voglia sempre e necessariamente "staccare la spina"; è facile dichiararlo impavidamente quando "si sta bene". Ma ho visto gente soffrire spaventosamente e pregare disperatamente per essere aiutata a vivere un secondo in più. E magari era la stessa gente che quando stava bene dichiarava il suo diritto a morire, per libera scelta.
Ho lasciato scritto cosa "vorrei" per il mio ultimo "passaggio” su questa terra, e anche cosa non vorrei che mi venisse fatto. Da circa 20 anni ho fatto quello che, in maniera laicamente idiota, viene chiamato testamento biologico. Ho cercato di dire oggi quello che vorrei che mi fosse fatto “domani”. Ma non ho idea se, nell’istante in cui vivrò quel domani, avrò esattamente le stesse “priorità” e se mi saranno accordate quelle possibilità. E so anche che nulla avviene mai come noi "vorremmo". Il dolore fisico o psichico possono mutare o capovolgere le nostre idee e la nostra presunzione di determinare “prima” quello che noi vorremmo ci accadesse “dopo”. Spesso pensiamo che la cosa più brutta, in questa vita, sia il decadimento del corpo e la perdita della lucidità della mente. Pensiamo che lo star bene sia l’unica cosa importante. Indipendentemente dal nostro schieramento “politico” o “religioso” diamo enorme importanza alla nostra “realizzazione” psicofisica su questa terra. E tale realizzazione è connessa alla sanità del corpo in una mente efficiente. Ne deriva che il dolore del corpo (o la sua inefficienza) e il dolore della mente (o la sua inefficienza) possono diventare un ottimo motivo per stroncare la prosecuzione dell’uno o dell’altra. Insomma, per morire. É una ricerca del superuomo? Un efficientismo che va verso il miglioramento della razza? Proprio ora che le tecniche terapeutiche fanno del tutto per prolungare la vecchiaia?

E l'anima?

Se non c’è Anima, l’unica cosa che conta è far star bene il corpo e far star bene la mente, alla disperata ricerca della “fontana della giovinezza”. Ma anche in un materialismo full time come quello testé descritto, quando è che il corpo e la mente possono essere considerati sufficientemente fuori uso da esser pronti per la nettezza urbana? E soprattutto chi è che lo decide? Qual è il confine tra efficienza e inefficienza? Quanti anni di coma sono necessari per decretare la possibilità di morire? E quanti devono essere i tubicini nel corpo per considerarli una forma di “accanimento” terapeutico? E quanto dev'essere “profondo” il coma per decidere che uno può essere serenamente ammazzato? Allora perché facciamo tanto chiasso per far vivere decentemente dei portatori di handicap mentali e fisici terribili? Quand'è che l’handicap diventa tale da giustificare l’eutanasia?
Sia chiaro, non sto prendendo posizione: sto solo constatando l’inadeguatezza umana per decidere con le leggi dell’uomo, mentre dichiaro una sensazione di profondo fastidio per l’ipocrisia che avvolge le parole di ognuno. Che differenza c’è tra l’uccidere un bambino non nato (che per non chiamarlo tale lo chiamiamo “feto”) e l’uccidere un vecchietto “non morto”? In fondo sono tutti esseri dipendenti da noi. Il feto-bambino può non essere gradito. La vita che nasce può essere un “incidente” di percorso, come quella che termina e quindi può esser scomoda, non determinata da noi.
In particolare sia il vecchietto sia il giovane in coma irreversibile sono scomodi. Occupano un posto in un letto e consumano energia. Devono essere puliti, accuditi, cambiati. Non rispondono alle nostre sollecitazioni, non sorridono, non possiamo raccontar loro niente di ciò che abbiamo fatto e, soprattutto non possono dirci nulla di ciò che stanno facendo loro. Anzi, apparentemente, per noi, non stanno facendo nulla. Hanno una vita eufemisticamente chiamata vegetativa.
Ma ai vegetali diamo l’acqua per non farli seccare. E a volte la musica per farli crescere, e poi sorridiamo ai fiori perché ci fanno tenerezza e su tale fatto scriviamo pure belle poesie. Sono dei vegetali che stanno bene. Invece un animale ridotto a vegetale cos'è?  Le piante stanno nei vasi e basta un po’ d’attenzione per farle vivere. Invece a un corpo vegetante, non più autonomo, bisogna fornire un’assistenza molto più impegnativa e costosa. E se invece le persone in coma le potessimo piantare nei vasi, come gerani, così senza perdere tempo? Che faremmo? Le annaffieremmo per non farle morire di sete o no?
Ma non sarà che il fastidio di star dietro a qualcuno che non è più autonomo faccia pesare molto l’ago della bilancia sulla necessità della sua eliminazione e sul considerare “inutile” a se stesso qualcosa che invece è fastidioso per noi? Non sarà che il non voler vedere la miseria altrui rischi di scoprire un po’ troppo la nostra miseria e la nostra mancanza di carità? Non sarà che il vedere un corpo privo di reazioni ci fa talmente male e ci pone di fronte al problema della “nostra” morte e quindi preferiamo che qualcuno ci autorizzi a non vederlo più? Non sarà che il nostro concetto efficientista di vita esclude tutto ciò che non ha performances di qualche tipo?

E l’anima? Chi sono io per decidere quando “liberare” l’anima di qualcun altro? Per contro, quando gli occhi di qualcuno si piantano nei nostri e ci chiedono: “per favore, aiutami ad andarmene perché non ce la faccio più”, quando tale richiesta ti spacca in due, cosa fare? Come non esser portati ad aiutarlo ad andar via, a liberarsi da un fardello insopportabile?
Posso rifiutare una terapia che prolunghi la mia agonia. Inoltre posso anche rifiutare qualsiasi intervento invasivo sul mio corpo. Tutto ciò può essere correttamente deliberato dalle leggi umane e sottoscritto da qualsiasi paziente. Però, qualora io non sia in grado di rifiutare la cura né di accettarla, dovremmo avere il coraggio di fare una legge chiara, dove ci sia scritto che è ammesso uccidere, purché esista un ente preposto a decidere quando una persona sta abbastanza “male”. E piantiamola con questi eufemismi chiamati “aborti terapeutici” o  “eutanasie” o “dolci morti”. Stabiliamo pure che è lecito ammazzare in contraddizione a uno dei dieci comandamenti e che, sotto certe condizioni (comunque definite ineffabilmente ex lege), tale fatto non è reato. Questo sarebbe quantomeno un atto coraggioso. Può non essere condivisibile, ma è coraggioso. Avremo mai il coraggio di scriverla così? Non credo. Abbiamo bisogno di parole carezzevoli che ci tranquillizzino.


Abbiamo bisogno di tanti “sì però”, “sì ma forse”. Scomodiamo il Papa, il Dalai Lama, e interpretiamo quello che dicono pro domo nostra. Dobbiamo infrangere un tabù terribile, quello della liceità o meno di uccidere. Ma poi chi desidera l’introduzione di tale liceità fa il diavolo a quattro per abolire la pena di morte. Accidenti com'è difficile chiamare le cose col loro nome!  E sia per chi muore, sia per chi decide di far morire, resterà sempre un passaggio difficile, con o senza leggi. Non esiste persona che abbia aiutato qualcuno a morire, che non ne senta il peso per il resto della vita e non sia lacerato dal dubbio: “avrò fatto bene o avrò fatto male”. E non esiste persona che, invece, abbia costretto qualcuno a vivere o a sopravvivere che non si domandi “E se lo avessi lasciato morire?” Ma non auguriamoci mai che i legislatori promulghino leggi che “aiutino a decidere” che “aiutino a non pensare”, a “non avere dubbi”, a “non soffire”.
Se vogliamo che qualcuno decida per noi, se vogliamo scaricarci la coscienza, se vogliamo usare parole smielate per definire operazioni cruente, finiremo per fare uno slalom con l’anima, fuggendo dalla nostra responsabilità.

Sarebbe opportuno e utile ricordare che la sapientissima preghiera a Maria termina con queste straordinarie parole:
Ora pro nobis peccatoribus nunc et in hora mortis nostrae”.
Il che vuol dire che “mortis nostrae”  è una caratteristica della vita, è un suo completamento e che nessuna legge potrà mai evitare l’impatto col dolore, né attenuarlo. Ma forse rischieremo di vivere con minore responsabilità. Questa è una richiesta impellente di questo mondo globalizzato e materialista.
E mi viene in mente che la preghiera al Padre dice “libera nos a malo” Forse, anche in questo caso, qualcuno vorrebbe cambiarla con un assai più comodo: liberaci dalla responsabilità di decidere in prima persona.

Claudio Lanzi

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