Scegliere di “non far parte” .....  anche nel 2010

Abbiamo affrontato questo argomento varie volte (cfr. Leggi anche l’editoriale 17), ma cercheremo di chiarire per quale ragione spirituale ce ne interessiamo ancora.
Quasi a tutti noi è capitato, per necessità o per virtù, di “far parte” di qualcosa: un partito, un’associazione, un’accademia, un sindacato, un circolo culturale, un’associazione professionale, una squadra, insomma una struttura che ci “qualifichi” e ci “autorizzi” a esercitare un mestiere, un’attività intellettuale o fisica, e che contemporaneamente avalli o attesti il nostro pedigree, il nostro cursus honorum, i nostri titoli accademici o la nostra “appartenenza”.
La verifica del merito, della qualità e della competenza di una persona da parte di un gruppo di altre persone in grado di dare una valutazione obiettiva sarebbe, in realtà, un fatto logico ed eticamente assai apprezzabile, se non indispensabile, e che riscontriamo in ogni struttura sociale o religiosa a partire dall’alba della storia. Ma, nell’arco dei secoli qualcosa è cambiato drasticamente nella scala dei valori e nella metodologia di valutazione del “merito”: è arrivata una metrologia empirica che tende a essere applicata a ogni aspetto della vita, compresi quelli più sottili, se non trascendenti.

altMai come oggi, colui che valuta e colui che viene valutato sono sempre più rigidamente vincolati da una logica mercantile e utilitaristica, da un mercimonio che attraversa ogni “arte” e che riduce il pensiero a essere vassallo dell’esorbitante potere economico. Pochissime persone studiano o lavorano per reale amore della materia studiata. Quasi tutti privilegiano le possibilità economiche, i riconoscimenti pubblici o privati offerti dal “conseguimento” dell’attestato o dall’inserimento in una determinata “fascia” sociale o in un “gruppo di potere”.
Questo aspetto raggiunge una dimensione abominevole e macroscopica in relazione agli “arrembaggi politici”, ma non risparmia più alcun ambiente; è una conseguenza “democratica” del premio all’ambizione, in una confusione terribile tra il concetto di “merito” e quello di “accaparramento” che spesso apre le porte allo sciacallaggio.  
Sono note le “sanguinose” battaglie universitarie alla caccia di dottorati, d'inserimenti in ruolo, di cattedre o primariati, spinti dalla politica; tutti esempi di guerra tra presunti “dotti”, tra presunti sapienti.
Ma la stessa opera lobbistica è riscontrabile in ogni struttura sociale. Basti pensare alle attuali, potentissime “corporazioni” (dei giornalisti, o dei magistrati o, in campo “religioso”, ad alcune strutture ricchissime, cattoliche, ebraiche, musulmane, etc.) in grado di condizionare pesantemente la politica e l’indirizzo “culturale” dei paesi dove sono ramificate.
In ambito spirituale o sedicente tradizionalista, tale opera di accaparramenti e sciacallaggi è ormai generalizzata, e si formano e disfano in continuazione “alleanze” intorno a piccoli e grandi “gruppi di potere”. Tale andazzo ricorda vagamente quello camorristico, e non ci si può fare nulla.
Purtroppo da quella meravigliosa struttura corporativa che produsse nel Medioevo le associazioni d’arti e mestieri o, in ambito più intellettuale e soprattutto nel Rinascimento, le famose “accademie”, si è passati rapidamente alla logica delle “gilde” (di cui abbiamo parlato nel nostro ultimo lavoro sulle cattedrali). E il rapporto mercantile, commerciale,  ha velocemente usurpato il merito filosofico, la qualità morale, l’etica in generale.

Si diventa architetti, giudici, avvocati, medici, etc., senza alcuno ius o fas, ma semplicemente attraverso una valutazione metrica della “laica” conoscenza di determinati principi o l’eredità mnemonica delle pagine di qualche libro. Ed è assai poco, perché la famosa “quantità” di cui parla Guénon è diventata il metodo per misurare l’efficacia della macchina umana, sempre più sottoposta a parametri simili a quelli che s'impiegano per l’informatica.
Purtroppo in questo modo si diventa a volte anche preti o vescovi, in un mondo che ha stravolto il senso del sacro e che l'ha sostituito col sociale inserendo la “carriera” al primo posto di ogni obiettivo umano.
La scomparsa del sacro dallo studio e dal lavoro ha scatenato una totale dequalifica del significato di “professionalità” e di “specializzazione”. Finché si seguiterà a far entrare in politica, in magistratura e altrove delle persone completamente digiune della sacralità della vita e della morte e inconsapevoli della trascendenza, finché si misurerà e certificherà la qualità degli esseri umani e delle loro opere indipendentemente dallo scopo spirituale che le anima, avremo un incremento delle faziosità sociopolitiche e una svalutazione dei contenuti etici e spirituali dell’individuo.

Nel Vangelo di Luca, versetti 37-38, c’è una frase che merita una grande riflessione indipendentemente dal fatto di essere cristiani o meno. Una frase profonda, densa di Sapienza antica e niente affatto semplice:

“Nolite judicare, et non judicabimini: nolite condemnare, et non condemnabimini. Dimittite et dimittemini”
“Date, et dabitur vobis: mensuram bonam, et confertam et coagitatam, et superfluentem dabunt in sinum vestrum: eadem quippe censura, qua mensi fueritis, remetitur vobis”.

altTale espressione ricorda che saremo misurati con la stessa misura con cui avremo misurato. E dovrebbe far rizzare i capelli in testa a tutti i giudici di questo mondo, a tutti coloro che misurano con “metri” preconfezionati; è un’espressione sconcertante, molto studiata e travisata, dalle interpretazioni “buoniste” che la intendono a mo’ di un generico invito alla carità.  In realtà tali parole fanno assumere al senso del “peccato” nel cristianesimo o della compensazione karmica in altre tradizioni, una conseguenza perfetta, logica, simbolicamente rappresentata nel contrappasso dantesco. Vuol dire che la bilancia sarà proprio la stessa da noi usata e i contrappesi usati saranno dello stesso genere. Il peccato del “giudizio” o del “pregiudizio”, quello che stimola l’approvazione o la disapprovazione sulla base di un metro parziale, partitico, settoriale, è dunque uno degli errori più catastrofici per l’anima. Rendersene conto è la via più rapida verso l’umiltà. Non però quella fasulla e ipocrita o ostentata da molti; bensì quella stoica, sapiente, silenziosa e consapevole dell’incommensurabile distanza fra la presunzione della mente dell’uomo e la grandezza del cuore divino. 

Per tornare nel mondo degli uomini, potremmo anche affermare che,“pitagoricamente” solo una politica sacralizzata dalla completa rinuncia al “potere” come obiettivo, al denaro come conseguenza, allo strapotere giudicante come mezzo, potrebbe orientare verso un nuovo rapporto fra i “talenti” regalati a ogni uomo. Per tale ragione l’intero editoriale è un dichiaratamente utopico, ma nel nostro piccolo, in mezzo a errori, illusioni e inciampi, qualcosa di utopico abbiamo provato a farlo.
Anche Simmetria infatti è un’associazione, cioè un’insieme d’individui che condividono alcuni principi: ma Simmetria non certifica nessuno e non vuol'esser certificata, perché oggi vorrebbe dire passare sotto l’egida e il placet di qualcuno. Siamo terrorizzati dai premi d'ogni tipo, dai “Santi subito”, e perfino dagli Oscar cinematografici. Anzi ci facciamo vanto di aver ospitato, a titolo assolutamente gratuito, profondi cultori dell’arte, della scienza, della filosofia, senza aver mai dato o chiesto nulla a nessuno, se non lo scambio dottrinale e culturale.

Il rumore non fa bene, il bene non fa rumore.

Questa è la ragione per cui non abbiamo mai scritto che qualcuno è “più importante” di qualcun altro. A noi interessano i contenuti e non la fama di colui che li porta. Tale semplice ma costante orientamento accresce la qualità e la serietà di chi partecipa al nostro lavoro corale. Si può essere coltissimi e mostruosamente noiosi, si può essere pieni di medaglie e mostruosamente vigliacchi, pieni di titoli e profondamente ignoranti. Insomma i contenitori sono assai diversi dai contenuti e a Simmetria interessano solo i contenuti.

Proprio questa faticosissima indipendenza dal denaro, dalle lobby e dal conseguimento di primati o di poteri virtuali o reali rende Simmetria una “mosca bianca”, pur nella sua vocazione “faticosamente” tradizionale. Collaborare, saltuariamente o costantemente con Simmetria è un’offerta gratuita, reciproca e nobile che, da molti anni, contraddistingue i rapporti fra docenti e discenti: questa è una forma statutaria originale, di cui siamo particolarmente orgogliosi che non si limita a produrre libri (ormai tanti), ma anche convegni, corsi, conferenze, incontri, approfondimenti, etc.

E Simmetria finora è sempre riuscita in un intento “strano”. A non “far parte”.
Esistere e non chiedere nulla a nessuno, esistere ed essere indipendenti da governi, sette, confraternite, “movimenti” laici, pagani o religiosi d'ogni tipo. Ciò ci ha provocato qualche piccola invidia e qualche critica. Ma fa parte del gioco.
Pubblicare libri per il piacere dei loro contenuti e riservare la lettura a coloro che c'incontrano nelle poche librerie in cui abbiamo deciso d’essere presenti, non è un lusso snobistico: è un equilibrio instabile, una scommessa matematica ma nobile, consentita dalla volontarietà di chi collabora con noi. Terminata la volontarietà, e la possibilità offerta da tale occasione, terminerà Simmetria. Ma questo non ha importanza.
Per cui, se a qualcuno è venuta voglia di proporci qualcosa di tradizionalmente interessante e innovativo, ma in linea coi nostri temi, sarà sempre il benvenuto e avrà la certezza d'essere letto e ascoltato con attenzione.

Claudio Lanzi

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