Chiunque cerchi di fare un cammino spirituale non può prescindere dal domandarsi il senso dell'integrazione fra corpo, anima e spirito. Questi tre elementi vengono chiamati anche corpo-voce e mente (come in Tibet), oppure sono messi in relazione con sale, mercurio e zolfo secondo il sistema alchimico occidentale, oppure con cuore, mente e soma secondo un’accezione mistica. Comunque li si voglia definire, qualsiasi aggressione a uno dei tre elementi che costituiscono l’aggregazione umana ha effetti devastanti sugli altri due.
Sono note le diatribe sul post mortem e sul viaggio della coscienza; su quell’interregno particolare in cui il bardo diventa difficile, la via si fa oscura e i messaggi contrastanti, proprio perché gli aggregati psichici e fisici perdono la loro coerenza, le loro coordinate usuali. E allora le discipline tradizionali più arcaiche vengono in soccorso al myste nel descrivere simbolicamente le fasi di tale transito, relazionandole con l’esperienza che è possibile farne in “vita”. Ma quale vita?
Ovviamente, per coloro che sono convinti che l’essere umano sia solo un mucchietto di materia, più o meno specializzata, che trova giustificazione dell’essere soltanto attraverso il pensiero, ovvero che sia riducibile al prodotto degli scambi bioelettrici fra i neuroni, questo discorso non ha senso. Per costoro soltanto ciò che ha un’attività mentale può essere considerato “vivente”.

Ma è evidente che una “vita” avulsa da un piano divino, in cui non sia possibile un contatto con la fonte della vita stessa, con l’origine del Sé, e in cui l’entropia non appiattisca in un solo magma la Luce della coscienza, non val la pena di esser vissuta. Una vita che “funziona” e basta è una vita da macchine. Macchine edonistiche, macchine pensanti, ma sempre macchine.
Perciò sia il feto non pensante che il malato in coma profondo possono essere felicemente “terminati” senza particolari scrupoli. Non esistono problemi d’etica né ci può essere differenza metafisica tra il sopprimere chiunque abbia un elettroencefalogramma piatto e mandare un’auto dallo sfasciacarrozze.
Ci siamo soffermati tante volte sulle conseguenze di un materialismo esasperato, come quello che stiamo attualmente vivendo, e che attribuisce alla conservazione della integrità corporea e mentale una preminenza assoluta su quella spirituale.
Ma il significato di “vita” cambia drasticamente a seconda degli “ingredienti” che consideriamo indispensabili al suo svolgimento naturale. E abbiamo più volte osservato, con una sorta di rassegnazione, come sia diventato normale considerare “morto” qualcuno o qualcosa, semplicemente perché ha perso la lucidità mentale. Non vogliamo entrare nel merito della libertà di scegliere la durata della propria vita. Alcuni nobilissimi esempi del passato hanno mostrato personaggi celebri affrontare e decidere la propria morte con dignità suprema e nobile stoicismo. In altri casi la morte è conseguente alla disperazione, indotta da un dolore animicamente insopportabile. Ma chi decide di morire (e non è mai una decisione semplice e priva di drammaticità) ha tutto il diritto di essere rispettato, compatito e amato per l’abisso in cui si trova prossimo a cadere. A volte la sofferenza o il disgusto o il senso di vuoto possono essere talmente atroci da sovrastare il magico e potente “attaccamento alla vita”. Su questo abbiamo aperto un vivace dibattito coi nostri lettori, a cui rinviamo gli interessati (cfr. ttp://www.simmetria.org/contenuti/editoriali-mainmenu-309/472-eluana-editoriale-n21.html)
Ma in queste brevi note vogliamo proporre un tema specifico di riflessione assai diverso dal precedente: quello del prolungamento della vita, non tanto attraverso l’uso di macchine, quanto attraverso l’espianto di organi provenienti da altri individui. Tali espianti e conseguenti trapianti consentono a volte la sopravvivenza del corpo: molta gente vive oggi per diversi anni con un cuore, un fegato, un rene appartenuto a qualcun altro. La domanda che ha più volte turbato le coscienze e che seguiterà sempre più a turbarle è: Fino a qual punto, tale sostituzione, incide sull'integrità individuale? Se l’individuo è costituito da quell’unica, irripetibile fisiologia per la quale ogni minimo particolare di ogni suo organo interno è fondamentale per contrassegnare questa e non quella persona, quanto è lecito levare un “pezzo di carne” da qualcuno e importarlo in qualcun altro?
Se la vita consistesse esclusivamente nella sopravvivenza corporea, si potrebbe tranquillamente pensare di gettare un feto in un cassonetto, o ammazzare chiunque abbia perso conoscenza per un tempo ragionevole: ma quanto è lungo questo tempo ragionevole? A questo proposito ci sembra opportuno rinviare a una serie di articoli provenienti dalla www.antipredazione.org, sito che consigliamo di visitare, indipendentemente dall'ideologia politica o dalla confessione religiosa. Contiene testimonianze sconvolgenti in cui il significato della parola “donazione” degli organi viene accostato a quello della “predazione”: esercizio questo che, a quanto pare, potrebbe rischiare di diventare prassi consolidata. Insomma, a me serve urgentemente un pezzo di ricambio per il mio corpo in disfacimento. Non sarà che con questa urgenza posso spingere qualcuno ad accelerare la morte di qualcun altro, così, tanto per rimediarmi il pezzo che mi serve?
Mi viene in mente la frase emblematica che un chirurgo rivolse a una madre disperata, dopo la morte tragica di un ragazzo: “Lei signora ha avuto molto coraggio a donare gli organi di suo figlio, ormai in coma irreversibile (perché?) da una settimana. La morte di suo figlio consentirà la vita a un altro”.
L’uso del verbo al futuro (quel “consentirà”, forse sfuggito per un lapsus del luminare nell’ultima frase di conforto e “incoraggiamento”) presupponga che il “donatore” non venga considerato, neanche dal chirurgo stesso, ancora morto. Quindi che sia necessario ammazzarlo per poter prelevare un organo. O sbaglio?
Le “banche degli organi” hanno uno strano nome: si chiamano banche. Stanno sopravanzando quelle del seme. Queste ultime sembrano più “innocue”. In fondo ci sono una serie di signori che si masturbano accanitamente, raccolgono un po’ di spermatozoi in provetta e, con un atto realmente “nobile” li mettono a disposizione della scienza della fecondazione.
Ma non sarà che in tutto ciò c’è qualcosa di “innaturale”?
E il concetto di banca suggerisce quello di denaro; quello di denaro suggerisce quello di commercio, ma anche quello di usura; e tutto ciò richiama alla mente parole strane come bancale, esposizione, prezzi, sconti, qualità del ricambio, conservazione, catena alimentare…
Il problema è filosoficamente immenso in quanto bisognerebbe discutere su quanto l’alterazione della “naturalità” del processo della vita possa incidere sull’autenticità irripetibile della vita stessa. Quanto cioè sia importante che le nostre cellule restino nostre, che il nostro cuore resti nostro e così via per gli altri organi, unici, irripetibili. E, facendo un parallelo fra i semi in provetta e gli organi in banca viene naturale domandarsi che differenza ci sia tra un seme che raggiunge un ovulo durante un atto d’amore e quello che proviene da un frigorifero, o che differenza ci sia fra un cuore proprio e quello strappato a un altro.
Se siamo macchine sofisticate non c’è differenza. Ma se non lo siamo, c’è, eccome!
Si è recentemente “scoperto” ma le tradizioni spirituali d’Occidente e d’Oriente lo sostengono da millenni, che il cuore ha un sistema cellulare e neuronale interattivo e indipendente. Anzi che l’intelligenza, la sensibilità, la memoria dell’altro, la capacità di emozione etc. non riguardano solo l’elaborazione mentale, ma concernono direttamente altri organi: primo fra tutti il cuore, al quale sono state riconosciute, anche “scientificamente” (parola che col tempo sta diventando sempre più sinistra) facoltà intellettive, sensibili, percettive e autonome rispetto al cervello stesso. Non solo: è stato misurato il campo magnetico cardiaco e ritenuto centinaia di volte più esteso di quello del cervello (cfr. Carla Hanna Ford, Il cuore che pensa – Aam-Terra Nuova, nov. 2010 n°255).1
Ohibò! Questo problema dell’intelligenza “diffusa” non è di poco conto. I chirurghi ansiosi di trapiantare organi in un’unica formidabile operazione dovrebbero restarne lievemente turbati. Ma non sembra che ciò sia accaduto né che stia accadendo, né che accadrà. Il problema che vogliamo sollevare non è quello di giudicare la congruità o meno di un trapianto e neanche quella della liceità o meno di dareil colpo di grazia a una persona in coma e chiedere ai parenti se mi autorizzano a prelevarne qualche pezzo, assicurandoli che il morituro non soffrirà, ma quello di comprendere cosa accade quando un organo (che noi ci ostiniamo a non considerare semplicemente fatto di materia) venga sostituito all’originale.
Cosa avviene sottilmente, animicamente, spiritualmente. Un…meticciato degli organi? Un kibbutz delle milze e dei fegati? Un centro sociale dei ventricoli e delle valvole? Un modo per rendere uniforme e consumistico anche il commercio dei “pezzi” dell’uomo? Un modo per assicurare la sopravvivenza di un corpo “collettivo” a dispetto di quello degli individui?
E siamo solo all’inizio. Le neuroscienze possono fare ben di meglio.
Lascio questo tema alla riflessione dei lettori. Io provo una sensazione assai inquietante: nel cervello, nel cuore, nel corpo.
 
Claudio Lanzi
 
1. Letture consigliate. 
Risvegliare il cuore bambino. ed terranova
Pearce Joseph Chilton, Evolution’s end claiming: the potential of hour intelligence, Harper & Row, S. Francisco 1992.
Pearsall Paul, The heart’s code Broadway Books N.Y. 1998.
Russek L.D.; Schwartz G.E., Energy cardiology ( …) Advances 1996
 
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Abbiamo ricevuto in pochi giorni tante osservazioni sul nostro intervento.  Tali osservazioni sono riassumibili nella seguente domanda: “Se la vita di una persona dipendesse da te e dalla donazione di un organo, tu lo impediresti?”

La risposta è semplice: no, non lo impedirei se lei lo volesse. Così come non me la sentirei mai di giudicare qualcuno che preferisce morire piuttosto che vivere in modo totalmente passivo. Non è un problema risolubile con leggi “umane”. Siamo in una situazione in cui è difficilissimo stabilire un’etica dall'esterno. Ma non è affatto difficile stabilire che strappare gli organi da chi ha ancora il cuore che batte sia un arbitrio che non può essere affidato a un medico o a una macchina che emette una sentenza sulla base della presenza o meno di un'attività cerebrale "misurabile".
Ovviamente qui s’innesta il problema di che cosa vuol dire “mantenere in vita” qualcuno.  Io non vorrei vegetare, né coscientemente, né incoscientemente, dietro un mare di tubicini. Ma non vorrei mai che qualcuno, al mio posto, decidesse quando è opportuno staccarmeli, salvo che io non l’abbia delegato esplicitamente a farlo.
Il mondo tecnologico tende a “delegare” laicamente ai novelli maghi della scienza (= medici) gli esorcismi sulla vita e sulla morte, e a far stabilire a delle persone dotate di camice bianco o verde la decisione se una vita sia tale oppure no: è un bel disastro.

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