Piazza dei Quiriti è una magnifica Piazza romana ridotta in modo assolutamente indecente. Ne parlo in queste righe come feci tempo fa per un’altra magnifica Piazza Romana (Piazza Mazzini) sempre nel rione Prati.

I Quiriti, come è noto è uno dei nomi che i romani diedero a se stessi quali seguaci di Quirino, ovvero Romolo asceso al rango divino. E ovviamente tale nome fu assai benvoluto da Mussolini che, nel 1928, aveva dato incarico al governatore di Roma di occuparsi della ristrutturazione urbanistica del quartiere Prati. Questi diede l’incarico allo scultore Attilio Selva di realizzare una fontana insieme ad un altro gruppo di 4 fontane ad ornamento delle Piazze Romane. Attilio Selva conobbe Adriano Graziotti (vedi altri articoli su questo sito) e come lui ebbe uno studio a Villa Sthrol-Fern. Selva è uno degli scultori delle magnifiche statue dello stadio dei marmi (ed esattamente quella del lanciatore di giavellotto e quella del pugilatore. Pur avendo iniziato la sua attività come scalpellino seguendo lo stile dei più grandi scultori del Rinascimento, studiò molto e sapeva il fatto suo anche in questioni inerenti il simbolismo geometrico-ermetico. Infatti viaggiò molto in Egitto e si occupò della statuaria dell’Antico Regno che lo affascinava sia per la ieraticità che per le armoniche proporzioni.

La fontana dei Quiriti, di gusto neoclassico è chiamata anche la fontana delle “cariatidi” ed è una espressione formidabile di quel ritorno allo stile “michelangiolesco” fortemente sostenuto dal Duce.

In realtà, a parte ogni considerazione politica che trovo strumentalmente squallida ogni volta che si evoca un’epoca storica sgradita al “politically correct, la fontana ha qualcosa di straordinario e fino a 30 anni fa “funzionava” perfettamente (da bambino nel 1949 ci andavo a giocare con modeste barchette di legno insieme ad altri coetanei. Poi, forse perché realizzata nel ventennio e quindi destinata alla sistematica “damnatio memoriae” che ha colpito tante altre strutture e artisti romani e non, è stata abbandonata a se stessa ed ora trovasi nelle condizoni di incredibile degrado che possono vedersi dalle foto che accompagnano questo breve articolo (e poi ci lamentiamo della iconoclastia di altri popoli).

La quattro “atletiche” donne che sostengono sapientemente la vasca più elevata hanno posture leggermente diverse ma sopratutto espressioni del viso diverse. Tutte e quattro dotate di quella possente… e a volte imbarazzante fisicità assai gradita nel ventennio. Quella verso ovest è la più severa, quella rivolta ad est la più dolce e sorridente quasi a salutare in modo più dolce la potenza del Sole e a rappresentare anche lo scorrere della Forza delle stagioni.

Quattro direzioni, quattro stagioni, quattro elementi ecc. Una pigna chiusa centrale (ermetica per eccellenza, segreta, depositaria dei frutti in uno scrigno inaccessibile) da cui scende un velo d’acqua. Un piccolo capolavoro nella prosecuzione del simbolismo delle fontane rinascimentali a tre vasche di cui abbiamo parlato in altre sedi.

La quadripartizione dello spazio è un grandioso mediatore geometrico che accompagna tutta l’architettura sapiente dal proto-Rinascimento agli albori del settecento, con dei solidi riferimenti alla geometria platonico-archimedea. Media il quadrato (le direzioni, la croce, etc.) con il cerchio della fontana. I cerchi di trasferimento dell’acqua sono tre.

  • Quello più alto acqua libera, zampillante, polluzione nascente e vivificante.
  • Primo bacino di raccolta (acqua ricevuta, acqua in movimento e trasferimento ordinato).
  • Secondo bacino di raccolta e deposito, stagnante e riposante che può essere a sua volta riciclata verso l’alto o dispersa di nuovo nelle 4 direzioni secondo uno schema classico consolidato (vedi Bagnaia)

Nelle vicinanze della piazza sorge la chiesa di S. Guiacchino,Realizzata dall'architetto Raffaele Ingami, doveva solennizzare il giubileo sacerdotale ed episcopale di Leone XIII.

La chiesa San Gioacchino in Prati, in via Pompeo Magno,è tuttora un "titolo cardinalizio"voluta da Leone XIII che intendeva in questo modo celebrare il suo giubileo sacerdotale: anche se la prima pietra fu postanel 1881, i lavori furono intrapresi tdieci anni dopo. L’apertura ufficiale è avvenne nel 98 ma il completamento solo nel 1911. Fu dedicata a san Gioacchino, il padre della Vergine Maria, proprio in ricordo del nome di battesimo del papa.

Un aspetto di questa chiesa (nata in un regime italiano post risorgimentale, quindi fortemente anticlericale) è la sua collocazione apparentemente casuale, in una strada laterale e non in un luogo di confluenza come sarebbe accaduto qualche secolo prima. La imbecillità di queste decisioni politiche non è mai cessata e, invece di immaginare l’edilizia urbana come un insieme omogeneo con funzione sociale e ambientale si creano asservimenti a scontri ideologici, gli stessi che deturpano tutt’oggi i nostri quartieri.

Nonostante già gli architetti (soprattutto Raffaele Ingami) della chiesa adottarono soluzioni originali, sempre in linea con l’ideale classico che avevano in mente, ispirato dal committente.

Particolarità della chiesa sono la cupola, in alluminio e traforata con stelle di cristallo, che danno luce in modo suggestivo al suo interno; e all'interno 14 cappelle dedicate a quattordici delle ventisette nazioni cattoliche che contribuirono, con le loro offerte, alla costruzione dell'edificio.

La chiesa è a tre navate, a croce latina, suddivise da colonne di granito rosa con capitelli in bronzo. decorata con marmi policromi e arredi di metallo. La porta centrale è affiancata da due colonne donate dallo zar di Russia.

Nel 1908 l'organaro belga Jules Anneessens edificò in questa chiesa un formidabile organo a tre tastiere e 29 registri (unico nel suo genere) restaurato nel 2008 dalla ditta Gustavo Zanin di Codroipo (UD).

La chiesa ospita un pulpito in legno policromatico

Fatto in legno di acero, è diviso in tanti riquadri sapientemente cesellati

Nella parete, sotto il baldacchino, Gesù predica alla folla. A Destra Gesù consegna a S.Pietro l’incarico di guidare i discepoli, S.Paolo con la spada e il volume con le sue lettere, S. Gioacchino e S. Anna insegnano a Maria adolescente la parola di Dio. Poi compaiono anche S. Alfonso de’ Liguori, il papa Gregorio Magno, S. Agostino, S. Girolamo, S. Ambrogio.

Nella chiesa sono presenti 14 cappelle dedicate a Brasile, Portogallo,Baviera, Polonia, Canadà, Inghilterra, Stati Uniti, Spagna, Francia, Italia, Olanda, Belgio, Irlanda, SArgentina.

Molti degli altari sono di altissima fattura con uno sfoggio incredibile di marmi pregiati e pietre preziose (come quello della cappella di Baviera realizzata da Massimiliano Schmaltz). I soggetti, al di la della fedeltà all’ortodossia cattolica, si spingono spesso in direzioni filosofiche sapienziali come quella che esalta la doppia offerta di Melchisedek e Aronne verso Dio. La cappella d’Inghilterra, in una esecuzione bramantesca, è un coacervo di riferimenti alla storia travagliata della chiesa inglese. Nella cappella di Francia compare un importante riferimento alla santa considerata la “capostipite della “devotio cordis” S. Margherita Alacoque (che ha notevole importanza, anche di carattere esoterico, in tante raffigurazioni del cuore di Gesù fino ad Athanasius Kircher).

In pratica tutte le cappelle sono un trattato di Teologia, di storia della Chiesa, ma anche di misticismo e di ricerca spirituale. Una chiesa poco frequentata. Da recuperare e studiare.

Nota: Nel corso dell'occupazione nazista di Roma, vennero ospitati nella chiesa dei gruppi di ebrei. La soluzione, accolti inizialmente nella sala cinematografica della parrocchia. In seguito, sotto la pressione  di varie incursioni dell'esercito tedesco in ambienti religiosi, venne escogitata dall'Ing. Pietro Lestini una soluzione assai scomoda ma efficace. Lestini, avendo partecipato al completamento della struttura, conosceva tutti gli ambienti della chiesa. I rifugiati accettarono così di farsi rinchiudere in uno spazio ristretto, e senza luce, posto tra la volta della chiesa e il tetto. La muratura dell’unica porta d’ingresso terminò il 3 Novembre del 1943 e in quell'angusto spazio, fra immaginabili disagi e privazioni, vissero ogni giorno da dieci a quindici persone: il loro unico collegamento con il mondo era una piccola finestra apribile, posta al centro del timpano a cinquanta metri da terra, attraverso la quale passavano uomini, e cose: cibo, vestiti, lettere, giornali, passatempi e anche rifiuti organici. I rifugiati uscirono dal loro nascondiglio il 7 giugno 1944.

Al termine della guerra, per aver salvato i perseguitati il Governo Israeliano dichiarò Giusti delle Nazioni il redentorista Padre Antonio Dréssino, parroco di San Gioacchino, la suora Margherita Bernès delle Figlie della Carità (la cui sede era proprio dinanzi alla Chiesa di San Gioacchino), addetta all’approvvigionamento del cibo e del vestiario, l’ingegner Lestini (che aveva organizzato il tutto e sovrintendeva alle operazioni logistiche) e sua figlia Giuliana, che curava i rapporti tra le famiglie e i rifugiati romani.

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